La vita è un blues. Un dolceamaro assolo tra presente e nostalgie. Ricordi lontani che si mischiano, che ti prendono tutto a un tratto, che ti avvolgono e ti scaldano. Ma appena ti abbandonano quella calda sensazione si trasforma in gelo. E ti incupisci. La vita non si può spiegare a parole. Servirebbe una melodia che l'accompagni. Lasciati andare dove ti porta questo tuo blues, esprimi quello che vivi come meglio puoi, come solo tu riesci. Cavalca tra le onde pazze e furiose, lasciati annegare e torna su ogni tanto a prendere una boccata d'aria.
Descrizione ed obiettivi
domenica 29 ottobre 2023
mercoledì 25 ottobre 2023
Futilità all'incanto
Cinquanta minuti di studio, dieci minuti di svago (da
passare rigorosamente al cellulare), sette minuti di lettura, massimo centoventi
caratteri, messaggio troppo lungo, durata massima un minuto, o trenta secondi, o
anche quindici secondi, didascalia del post troppo lunga, biografia troppo
lunga, potete leggere l’articolo, ma, se non vi va, anche questa scarna sintesi
adatta ad ogni forma di analfabetismo funzionale che vi lascio in descrizione, titoli
fuorvianti, possibilità di velocizzare qualsiasi tipo di materiale audiovisivo:
video, messaggi vocali, film, canzoni…
Nel rappresentare questo quadretto, tutt’altro che idilliaco, non voglio risultare un moralista sprezzante, nauseato dagli usi della società attuale. Mi interessa prettamente fotografare una situazione di fatto, tanto radicata quanto pericolosa, di cui, in parte, io stesso sono vittima e, del resto, è impossibile non esserlo: questo è il mondo in cui viviamo ed estraniarsene significherebbe accettarlo passivamente, essere sconfitti in partenza. Per tentare di cambiarlo è necessario che ci si cali in questa realtà, subendone fisiologicamente i risvolti e venendone parzialmente plasmati, con il rischio di risultarne assuefatti.
Tuttavia, riconoscere queste dinamiche e comprenderne le storture palesa un grado di consapevolezza elevato, stante il quale ho scelto di rimarcare gli effetti collaterali di questo sistema, riconducibile, ma non limitabile, alla sfera dell’intrattenimento, pur conscio delle rimostranze che probabilmente il tono di queste critiche, prima ancora del contenuto, susciterà.
Ma non mi dilungo oltre, nel timore di sfociare in un’esaltazione, anch’essa dannosa, della complessità, ché potrebbe comportare l’effetto contrario. Magari, in futuro, potremo sviluppare a dovere quest’ultima suggestione, finora soltanto evocata.
sabato 21 ottobre 2023
Gocce d'ambra
Morte le foglie tutte diverse, ormai cadute tappezzano le strade.
La luce dorata, precoce e volenterosa di andarsene il prima possibile, ti bagna.
Il cielo azzurro s'inscurisce.
Ed ogni tanto un soffio di vento che, un po' per gioco e un po' per dispetto, ti riporta i ricordi dell'estate che sembra ormai lontana.
E vedo il blu del mare, e poi le foglie verdi.
E campi di fiori colorati. E sento l'odore tiepido della pioggia ricolmo di elettricità.
Oh Autunno beffardo, che ti prendi gioco di me, che fai promesse che non puoi mantenere, che ti diverti a riportarmi indietro nel tempo, ma, allo stesso tempo a tenermi così lontano da quell'Estate che, tu, ti sei portata via.
mercoledì 18 ottobre 2023
Spettro del passato
Nel 2021, a mo’ di incipit dell’elaborato da presentare alla prova orale della Maturità, tu, ridicolo esaltato, scrivevi le seguenti parole:
“Da qualche tempo ormai sono ammaliato dall’esperienza onirica e da tutto ciò che ne deriva. Ritengo che ai giorni nostri, soprattutto a causa dell’irrefrenabile progresso scientifico e della cieca fiducia nei confronti della scienza stessa, l’uomo abbia sviluppato una mentalità fortemente improntata al materialismo. Bisogna contestualizzare questa dinamica anche all’interno del pragmatismo che caratterizza la società occidentale odierna, capitalista e consumista. All’interno di questo contesto il sogno, fenomeno che interessa tutti gli uomini, ma anche gli animali, sfugge da ogni inquadratura razionale e consequenzialità logica, nonostante tutte le ricerche scientifiche in merito. E proprio quest’esperienza è a mio avviso “la via regia” per non lasciarci ingabbiare da una visione statica ed eccessivamente razionale del mondo. Ciò non significa sfociare nel trascendente ma essenzialmente considerare e dar valore a ciò a cui la ragione non può fornire una risposta esaustiva. Sulla base di questi presupposti, ho considerato proemi fondativi della letteratura classica, di cui si può trarre spunto per considerare l’atemporalità che caratterizza lo stupore di fronte all’esperienza onirica. Sogno e poesia sono un binomio che esalta tutto ciò che trascende l’ordinario e ci restituisce l’emozione pura, positiva o negativa che sia.”
Ecco il frammento programmatico della tua inconsistenza, manifesto di una visione stentata e polarizzante della “società occidentale odierna”, scevra da istanze analitiche. Quanto ti beavi di quest’inconcludente staffilata, per averla inserita in un testo di carattere meramente didascalico...
Il tuo insulso richiamo alla trascendenza, all’irrazionalità, mediante la figura del sogno, non è indice di un’ingenua inconsapevolezza relativa alla condizione avvilente che ti affligge, quanto piuttosto il tentativo, patetico e disperato, di fuggirla, come hai sempre fatto, e quale modo migliore, nella sua banalità, di richiamarsi all’elemento onirico? Cosa c’è di più straordinario, agli occhi di un essere limitato come te?
E quanto ti inorgoglivi quando leggevi e rileggevi queste righe, quando declamavi i versi di Callimaco, di Esiodo, di Ennio e di Lucrezio, provando a convincerti di essere speciale, di essere il migliore, per tentare di estirpare, o quantomeno di soffocare, quell’endemico senso di disagio, di smarrimento, tipico di chi non ha punti di riferimento, di chi non ha certezze.
Quanto ti compiacevi quando, interrogato, utilizzavi appositamente paroloni per stupire i professori, perché percepissero che eri diverso, fuori dall’ordinario.
Eppure, quando penso a te, mio sgraziato simulacro, non provo rabbia, né tantomeno vergogna, perché tu, assiduo lettore di romanzi, nonostante i tuoi difetti marchiani, irradiavi passione, sprizzavi curiosità, emanavi gioia, benché artefatta, fragile, fugace, senza alcuna remora nel manifestare questi sentimenti, finendo persino per ostentarli.
Ed io, asettico fruitore di saggi, ho il forte timore che non riuscirò mai ad essere come te, a tenere a bada la nostra inquietudine come facevi tu, con la tua innata naturalezza.
Sappi, e so per certo che ne gioirai, che sei migliore di me e che, probabilmente, lo sarai per sempre
sabato 14 ottobre 2023
Giardini di quartiere
Ci scontriamo così duramente tutti i giorni con i problemi della quotidianità, quelle piccole antipatie che spesso rovinano le giornate, tanto da scordarsi la poesia delle piccole cose. Concetto piuttosto banale, lo ammetto, ma non smetterò mai di essere affascinato e rapito dalla piccola vera vita. Una mamma che stende i panni, i bambini che giocano, il chiacchiericcio di amici avvinazzati che ridono e che scherzano, un gatto che si lecca la zampina, il Sole che ti irradia il volto o che ti scalda la schiena in primavera. E ancora odore dell'erba di campo, il sentire una notte che muore con il calare progressivo di tutti quei rumori fastidiosi, che tutti insieme ne creano uno armonico e gradevole. E il levarsi in cielo del Sole, il suo calarsi ed il comparire della Luna.
Il valore inestimabile di queste cose, che non riusciamo mai a cogliere quando ci agitiamo nel faccendare quotidiano, quelle cose che riesci ad assaporare solo una volta che ti fermi, di cui ti inebri. Piccoli momenti di vera essenza vitale, che non vorresti mai finissero.
giovedì 12 ottobre 2023
Riflessioni erratiche tra Steinbeck e Marx
Benché la mia non voglia essere una recensione, piuttosto una mera speculazione su alcuni passaggi a mio avviso pregnanti del libro, ritengo sia doveroso fornire al lettore che non ha avuto la fortuna di imbattersene finora (consiglio di leggerlo, per quel che vale) un minimo di contesto, partendo - per esigenze stilistiche ho dovuto tergiversare - dal titolo del libro in questione.
“Furore” è un romanzo pubblicato da John Steinbeck nel 1939 a New York ed è incentrato sulle vicissitudini di una famiglia di mezzadri dell’Oklahoma, i Joad, costretta ad emigrare dalle proprie terre.
Negli anni ’30 del ‘900, lasso temporale in cui hanno luogo le vicende narrate, gli Stati Uniti stanno attraversando il periodo di crisi più nero della loro storia: infatti, nel 1929 crolla la Borsa di Wall Street e gli sviluppi conseguenti a quest’evento hanno una portata catastrofica, gettando il paese in una recessione senza precedenti.
La ragione principale per cui vale la pena leggere questo libro risiede, a mio avviso, nella maestria con cui Steinbeck descrive le reazioni fisiologiche degli esseri umani innanzi ad una crisi, economica, sociale o valoriale che sia (molto spesso questi piani si sovrappongono).
Come accennavo in precedenza, i Joad sono una delle tante famiglie di mezzadri che popolano l’Oklahoma e gli Stati circostanti, il che significa che non posseggono la terra che coltivano e devono dividere i proventi del raccolto a metà con gli effettivi proprietari, spesso banche o grandi industriali.
La crisi del 1929 è endemica a tal punto da non tangere soltanto la classe medio-bassa, come sovente accade in seguito alle crisi “ordinarie”, anzi: quella di Wall Street è una crisi prettamente di carattere finanziario e, in quanto tale, colpisce in prima istanza chi opera nel suddetto mercato, chi può permettersi di farlo, tipicamente borghesi, industriali e, ovviamente, banche.
È una crisi che quindi colpisce anzitutto i ceti più elevati e che, fisiologicamente, si riversa a cascata sul resto della popolazione, che da questi soggetti dipende.
A farne le spese, tra gli altri, sono appunto i Joad, cui viene intimato di lasciare la terra in cui loro e i loro antenati erano nati, perché i proprietari ritengono che i trattori siano più produttivi (sono peraltro tempi di carestia).
In questa fase, risaltano due elementi, a mio avviso degni di nota:
da un lato, la mancanza di lungimiranza tipica di chi, non abituato a condizioni di ristrettezza e di urgenza, è messo alle strette e agisce quindi di impulso, badando soltanto ai benefici immediati. Come magistralmente evidenziato da Steinbeck, il trattore, squarciando la terra e dunque arrecando un danno al territorio circostante dal punto di vista strutturale, oltre che ambientale, implica sì maggiori profitti, derivanti soprattutto dall’abbattimento dei costi (i proprietari possono a quel punto fruire di tutti i proventi del raccolto), ma non fornisce sufficienti garanzie per il futuro.
Dall’altro, si insiste sul tema dell’automazione, topico in quel periodo, visto in ottica senz’altro negativa: in tal senso, il progresso tecnologico implicherebbe la sostituzione degli esseri umani con i macchinari, ritenuti più efficienti, specie per quanto concerne i lavori manuali.
Ammaliati dall’immaginario della California, culla ed emblema del capitalismo statunitense, i Joad decidono di dirigersi lì, per inseguire il sogno di trovare un impiego stabile e remunerativo, scoprendo, durante il viaggio che la stessa speranza li accomuna a centinaia di migliaia di altre famiglie.
Una delle caratteristiche distintive della prosa di Steinbeck, in questo senso emule di Flaubert, è l’alternanza, all’interno del romanzo, tra capitoli discorsivi ed altri analitici, questi ultimi caratterizzati da un’intensa effusione lirica.
Il capitolo su cui volevo soffermarmi rientra in questa seconda categoria ed è, a mio avviso, di straordinario interesse, per vari aspetti.
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| "Furore". J. Steinbeck, 1939 |
Trovo anzitutto affascinanti le tematiche evocate nella prima pagina, nella quale si insiste sul contrasto tra l’immaginario sedentario di chi vive da secoli nel suo piccolo podere e il carattere erratico del successivo peregrinaggio forzato, da cui scaturisce l’ampliamento delle prospettive di queste famiglie, riprodotto dall’immagine pregnante dello “sconfinato Ovest”, cui non è però connaturata un’accezione positiva, intesa in senso evolutivo, anzi: la coatta diaspora di queste genti viene vista come una vera e propria contaminazione nociva, originata dalle macchine e veicolata dall’industria, di cui i piccoli contadini sono paradossalmente vittime ignare.
La precarietà e l’indecenza della loro condizione li ha però indotti ad un celere mutamento in ottica adattiva, per fronteggiare la situazione avversa. In svariati passaggi del libro viene messa in risalto la vigoria e la capacità di adattamento anche in condizioni estreme di queste genti agresti, spesso contrapposta alla pigrizia, al languore dei capitalisti dell’Ovest; tuttavia, non si sfocia mai nell’esaltazione “bucolicheggiante” del mondo contadino, di cui l’autore stesso denunzia le storture.
Agli emigranti sono contrapposti i locali, che sarebbe sbagliato definire indigeni dato che, come lo stesso autore sottolinea, essi stessi sono emigrati verso queste terre e se ne sono appropriati, scacciando i Messicani.
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| "Furore". J.Steinbeck, 1939 |
Nella seconda pagina si descrive magistralmente l’assuefazione, la vacua agiatezza caratterizzante gli abitanti dell’Ovest, scossi tutt’a un tratto dal terrore, dalla paura, inorriditi dal contatto con uomini che palesano pulsioni a loro del tutto ignare.
La reazione dei locali all’esodo migratorio è sinistramente attuale: non trattasi tanto di congenita xenofobia, quanto piuttosto del timore di perdere il proprio status sociale e, se non gestita ed incanalata, la paura fomenta l’odio, i pregiudizi, gli stereotipi e sovente si concretizza in rappresaglie nefaste.
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| "Furore". J.Steinbeck, 1939 |
D’altro canto, però, gli industriali e i grandi latifondisti approfittano delle condizioni precarie degli emigranti per trattare i loro salari al ribasso, dinamica perfettamente descritta nella terza pagina. Si giunge, nell’ambito della contrattazione, alla fase terminale, in cui il salario non provvede neanche più alla sussistenza del lavoratore e della sua famiglia, bensì alla sopravvivenza di essi, per di più stentata.
D’altronde, in una situazione così critica, in cui l’offerta di lavoro sovrasta la domanda, il potere contrattuale in forza ai lavoratori è sostanzialmente inesistente perché ci sarà sempre qualcuno disposto a lavorare per una cifra più bassa, pur di sopravvivere: in questo frangente, l’autore richiama magistralmente il concetto di esercito di riserva marxiano ed evoca le sue implicazioni concrete, che si riversano funeste sulle condizioni del proletariato.
Gli stenti, la miseria degli emigranti, che i capitalisti dell’Ovest stessi hanno contribuito a generare, interessati esclusivamente dalla logica della massimizzazione del profitto, paradossalmente intimoriscono questi soggetti, tanto da indurli a paventare una rivolta; tuttavia, avendo molto da perdere, anziché esporsi in prima persona, aizzano gli animi di chi da perdere ha poco, ma sopravvive di quel poco ed è dunque direttamente toccato dalla contrattazione al ribasso ingeneratasi successivamente all’arrivo degli emigranti, visti conseguentemente come la ragione ultima dei loro patemi.
Nell’ultima fase del capitolo si evoca un’altra stortura del capitalismo, prontamente evidenziata da Marx ne “Il Capitale”, il quale ne fa una legge di tendenza: la centralizzazione del capitale, che viene veicolata dal fenomeno delle economie di scala, per cui chi è già “grande”, segnatamente i “grossi proprietari”, tende ad arricchirsi ancor di più, mentre “i piccoli coltivatori” tendono, schiacciati dalla concorrenza, ad impoverirsi finché non sono sottoposti ad un tal livello di pressione da essere costretti a vendere al grande capitalista, finendone inglobati. Le quote di mercato dei grandi saranno dunque destinate ad aumentare, a scapito di quelle dei piccoli, i quali diverranno sempre più deboli e sparuti, fino a sparire.
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| "Furore". J.Steinbeck, 1939 |
Il capitolo si chiude con l’ammonimento dell’autore, rivolto ai grandi capitalisti, i quali, a suo dire sono colpevoli di sottovalutare la forza della miseria, della disperazione, ulteriormente esasperata dal lapalissiano contrasto con l’ostentata opulenza, che fa da sfondo a questo scenario. I tratti delineati dall’autore ricordano da vicino i presupposti, enunciati da Marx, fondanti la rivoluzione proletaria.
In conclusione, credo che Steinbeck riesca, in queste pagine e non solo, a rimarcare un elemento di cui la dottrina marxiana difetta e la cui assenza ha, a mio avviso, impedito che la rivoluzione permanente attecchisse e che, in generale, le applicazioni concrete e pedisseque del marxismo potessero prosperare.
Quest’elemento è riconducibile, in ultima analisi, alla sfera dell’umano, del soggettivo: l’analisi di Marx risulta, a mio avviso, scevra di qualsiasi sorta di personalizzazione; le ragioni intime alla base della rivoluzione risultano essere esclusivamente dati oggettivi, asettici, meramente tecnici, ma Steinbeck ci insegna che, perché la rivoluzione abbia luogo, questi elementi, seppur indispensabili, non sono sufficienti: è necessario che tra gli uomini vessati si costituisca una coriacea empatia, che si traduca nella volontà di lottare, non soltanto per emancipare se stessi, ma anche tutti gli altri lavoratori, che versano nelle medesime condizioni.
In definitiva, è necessaria una tensione umanitaria, incanalata e veicolata, in ultima analisi, dal Furore, quindi da una pulsione travolgente, impetuosa, veemente, totalizzante, che induce coloro che ne sono intrisi ad unirsi per dividere, per uccidere, se necessario, pur di affrancarsi.
martedì 10 ottobre 2023
Riflessioni sparse sulla morte
Spesso la morte viene vista come un evento esclusivamente negativo, una sorta di condanna che ci sottrae dall’idillio che dovrebbe essere la vita. Ritengo, però, che una concezione di questo tipo sia estremamente limitata. Mi accingo quindi ad esporre i miei ragionamenti in merito al macro tema della morte.
PARTE 1: pensare alla morte ci condanna.
È un attributo esclusivamente umano quello di essere cosciente e consapevole che la propria vita terminerà da un momento all’altro, ma ciò non impedisce comunque all’istinto di sopravvivenza di fare il suo dovere: ovvero, tenere in un costante stato di allerta la mente e il corpo, in vista di un evento che prima o poi sopravverrà.
Quindi, è sostanzialmente impossibile evitare di pensare alla nostra morte, perché abbiamo dentro di noi una sorta di fiammella perennemente accesa che ci tiene sull’attenti.
Una volta appresa la propria condizione di caducità, l’essere umano è condannato al pensiero della morte, che in molti casi finirà con l’insinuarsi nelle viscere dell’individuo, inglobando buona parte della sua soggettività.
Che senso ha continuare a prendere la vita con grande serietà se si è consapevoli che tanto un giorno, vicino o lontano, tutto ciò che siamo stati sarà inevitabilmente azzerato? Semplicemente non ha senso.
Trovo, però, che questa considerazione da un lato inquietante, sia dall’altro una cosa positiva, perché appunto ci consente di prendere l’esistenza con maggiore leggerezza e spensieratezza. Se infatti la morte cancella tutto ciò che siamo stati, significa che le cose che facciamo in vita si sgonfiano inevitabilmente di importanza.
Arrivare ad una consapevolezza di questo tipo, purtroppo, è certamente qualcosa di arduo, perché immaginarci nel nulla della morte crea immancabilmente angoscia, ansia e una condizione generale di malessere, difficile da estirpare.
PARTE 2: la morte altrui è la nostra croce; la nostra morte è la croce altrui.
Avere paura della nostra morte è quindi naturale, ma contemporaneamente qualcosa di irrazionale. Si tratta di un timore preventivo per una condizione che in realtà non saremo coscienti di star sperimentando. Ci è però impossibile non provare un senso di vuoto di fronte ad un tema di questo tipo.
La morte degli altri (i nostri cari), invece, è senza alcuna ombra di dubbio un qualcosa di estremamente drammatico e devastante per la nostra vita. Perché, appunto, la morte degli altri è drammatica per noi, non per chi muore e di conseguenza cessa di provare sensazioni.
Questo dolore che proviamo di fronte ai lutti deriva dalla consapevolezza che non potremo più vedere gli altri e stare insieme a loro. Chi muore, però, non prova più nulla. Non è triste perché non vedrà più le persone a cui tiene, o perché non potrà più coltivare le proprie passioni.
La morte degli altri, quindi, è un problema per noi, così come la nostra morte è un problema per gli altri.
Ha senso, dunque, spremersi le meningi ragionando assiduamente sulla nostra morte, temendo il suo arrivo e immaginando cosa proveremo da morti, se poi quella che realmente impatta sulla nostra esistenza è la morte altrui?
PARTE 3: la morte come salvezza.
Giunti a questo punto del ragionamento, che ha messo in luce quelli che a mio parere sono i principali aspetti della morte per come viene concepita dall’essere umano, vorrei ora provare a distanziarmi dal pensiero canonico.
Gli esseri umani sono soliti demonizzare e temere la morte, perché è un qualcosa che non conoscono e non possono conoscere (Epicuro diceva che quando ci siamo noi non c’è la morte e viceversa).
Propongo quindi di spostare il focus della nostra attenzione: dovremmo concentrarci più sulla vita che sulla morte.
La morte, se non ci fosse la vita, non esisterebbe; è una mera conseguenza, ma anche principio fondante, della vita.
È in questo frangente che emerge, secondo me, una chiara contraddizione: è un costume umano quello di esaltare la vita e le sue presunte virtù, ma contemporaneamente se ne disprezza un carattere fondativo, come la morte. Se si pensa che la morte sia qualcosa di estremamente negativo, bisognerebbe coerentemente avere una considerazione negativa della vita, perché se c’è la vita non può non esserci la morte.
Per questa ragione, ma non solo, io ho una concezione piuttosto negativa della vita umana nel suo complesso. Vado a spiegare sinteticamente perché, senza entrare in particolari e dettagli.
Certamente nel corso della vita esistono molteplici momenti lieti di cui godere: la possibilità di coltivare le passioni che ci fanno stare bene; intrattenere rapporti umani profondi e arricchenti.
Se, però, confrontiamo gli aspetti positivi delineati, con le avversità che la vita ci impone (il decadimento fisico nostro e dei nostri cari e le malattie cui il corpo è soggetto; il dover vedere scomparire le persone a cui più teniamo), credo che a prevalere per potenza e impatto su di noi siano quest’ultime. Purtroppo, gli aspetti positivi possono unicamente allietare l’esistenza, mentre difficilmente riescono a rivoluzionarla, come invece sono in grado di fare gli accadimenti più ostili.
Dunque, in vita, a prevalere da un punto di vista quantitativo, sono gli eventi positivi, ma a dominare, per capacità impattante, sono quelli negativi. A dimostrazione di ciò c’è, ad esempio, il fatto che la memoria non visualizza nitidamente i tanti momenti positivi che viviamo, mentre quelli più drammatici rimangono impressi ed inscalfibili.
Nel momento stesso in cui nasciamo, poi, scatta il nostro timer naturale che, in un momento imprecisato, si fermerà per sempre.
È quindi la nascita stessa ad essere la causa della morte.
Nell'ultimo capitolo de “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, si sostiene che la vita sia una malattia mortale, in particolare l’unica malattia sempre mortale. L’essere umano è malato per natura. Noi tutti siamo malati.
Il problema della morte non esisterebbe, quindi, se alla radice non ci fosse la vita, che è il vero problema.
In questo senso, la morte potrebbe essere vista come una liberazione dalla condanna che è la vita.
È possibile, pertanto, inquadrare la morte nell’ottica di una liberazione dai mali che la vita implica per sua natura. Ciò però non vuol dire che si debba desiderare la morte. Come afferma Schopenhauer, il suicidio (dunque la ricerca innaturale della morte) non è che la massima affermazione della volontà di vivere, che non potendosi manifestare pienamente nell’individuo, preferisce la distruzione del corpo.
Ciò che auspico è piuttosto una piena metabolizzazione della morte, per giungere a considerarla solo come l’ultimo dei mali a cui la vita ci costringe.
In ultima istanza è costruttivo, a mio parere, desiderare che altri non siano condannati a vivere, soffrire e morire. Bisogna dunque evitare di mettere al mondo altre persone.
Perché mettere nella condizione di vivere qualcun altro che non lo ha chiesto e che, non nascendo, di certo non ne soffrirebbe? Perché costringerlo alle inevitabili sofferenze che la vita comporta?
Ritengo che la procreazione sia una dimostrazione di egoismo: gli esseri umani, in virtù del desiderio di arricchire la propria vita e di conseguire una gratificazione personale, mettono al mondo altri individui, senza considerare gli aspetti negativi che la vita prevede. È una convenzione sociale, il desiderio di sentirsi come tutti gli altri.
E cos’è, questo, se non egoismo?
Se si vuole a tutti i costi crescere un figlio, un atto di vero altruismo è, a mio giudizio, l’adozione. Il fatto di scegliere di prendersi cura di un essere umano già nato (che oltre alla sfortuna di nascere ha anche la sfortuna di rimanere orfano), per cercare di migliorare la sua esistenza, è un atto, quello si, davvero mirabile.
Concludo ribadendo un concetto di primaria importanza, che all’interno di questo post ho espresso in maniera poco approfondita: ritengo che, per vivere in una condizione di generale serenità, vada ridimensionato il ruolo della morte come catalizzatrice di attenzioni.
La morte va considerata solo come l’ultimo (in ordine temporale) dei drammi della vita. Una tragedia, la vita, che inizia, e contemporaneamente inizia a finire, nel momento stesso in cui nasciamo, e si esaurisce nel nulla in cui giacevamo prima di iniziare ad esistere.
La vita è, quindi, una parentesi insignificante tra il nulla che precedeva la nascita e il nulla che sopraggiunge alla morte. In quest’ottica, la morte ci riconduce alla beata condizione prenatale, dalla quale la nascita ci aveva sottratto senza il nostro permesso.
sabato 7 ottobre 2023
Perdizione
Vivo ad oggi il terribile paradosso di sapere esattamente dove sono, ma non chi sono. Perché che io stia fermo o muovendomi pian piano è senza ombra di dubbio. Che io brancoli nel buio, lucidamente consapevole di farlo e, per certi versi, anche volenteroso mi è, ormai, cosa piuttosto nota.
Ed allora non mi spiego questa assurda tendenza a sopprimere infruttuosamente il mio tempo come una brutta copia di Stendhal, senza lo stesso estro, colpo di genio, quel pizzico di follia.Dunque mi rendo conto di una cosa che, forse, mi è sempre appartenuta.
Perché, infatti, in questo momento di solitudine mi rendo conto ch'io senza le persone non valgo nulla.
E mi interrogo su come io sia così empio nella mia incapacità di darmi un valore. Possibile mai ch'io mi abbatta di fronte alla frustrante consapevolezza che la mia anima dannata non accetta il gioco della vita?
Sono io, forse, indegno dei mezzi che la natura mi ha donati. O forse, sono io troppo poco consapevole della scarsità degli stessi.
E ancora più inerte di fronte all'impossibilità di darmi una risposta, continuo a vagare nella direzione ben nota.
Perché l'unica cosa che riesce a darmi un senso è la dimensione della tristezza.
Sentimento avaro, ma allo stesso tempo così pieno di vita. Che, forse, solo in questa maniera io riesca a darmi un'immagine mia più chiara e nitida di quello che sono?
Ed allora continuo inerte il mio cammino con la consapevolezza che non mi porterà ad alcuna luce.
Accetto il mio destino nefasto e imperituro senza prendermi la ben che minima responsabilità di cambiare strada. Perché in fondo questo è quello che so, e di cambiare ho paura.
giovedì 5 ottobre 2023
Leader per il futuro: Mattia Rocco (Gioventù Nazionale)
Ho scelto di aprire questa che, se ne avrò modo, potrà divenire una rubrica, in aperta polemica con le etichette sovente affibbiate dall’opinione pubblica alla generazione Z, i cui esponenti sono considerati perlopiù inerti fannulloni, avulsi da qualsiasi sorta di velleità intellettiva e sociale.
Trovo che, checché se ne dica e nonostante tutti gli ostacoli di tipo sostanziale, in primis il carattere morboso e, direi, deliberatamente predatorio dei social ed un sistema scolastico antiquato e poco stimolante, in molti giovani sia radicato un tenace spirito di intraprendenza, perlopiù latente, che necessita dunque di essere incanalato e, laddove gli educatori e le strutture sociali non ne creino i presupposti, risultano fondamentali le figure di cui vorrei tracciare il profilo: coetanei dotati di grande coraggio e di invidiabile forza di volontà, a prescindere dai giudizi di merito, che si impegnano a scuotere i propri pari-età, a tirarne fuori il meglio, ad inserirli in un contesto funzionale ed arricchente.
L’ambito in cui mi muoverò sarà prettamente a sfondo politico perché credo fortemente nella pregnanza della declinazione originaria di quest’arte, con il tempo progressivamente imbarbaritasi, ma che conserva, talvolta, tratti di purezza, circoscritti meramente a contesti giovanili.
Naturalmente, anche a questi livelli vi è chi tenta di sfruttare una base di seguito, artatamente costituita nel tempo, per ritagliarsi uno spazio in politica, ma, in ogni caso, non è raro imbattersi in esempi di genuinità e di sincera abnegazione.
Trovo dunque interessante utilizzare questo spazio per approfondire alcune di queste personalità: idee, visioni, aspirazioni, ma anche valori, quotidianità e vissuto.
Rigetto con forza ogni eventuale accusa di faziosità: lo spirito del blog mi impone, anche se avessi delle remore, di non precludere l’accesso a questo spazio a nessuno, a prescindere dai suoi ideali. Oggi intervisto un esponente della destra sociale giovanile, ma in futuro, se si farà avanti, sarò ben felice di confrontarmi con qualcuno di sinistra.
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| Mattia Rocco, 21 anni |
Mattia, romano classe 2002, è da sempre ammaliato da quelle che lui definisce “suggestioni”, legate all’immaginario della destra militante e alle persone a lui vicine, come sua madre, che quel contesto lo hanno vissuto in prima persona in età giovanile.
All’inizio del 2020, nel pieno della prima fase della pandemia, coadiuvato da suo fratello minore e da un suo amico, decide di dare una forma concreta a queste suggestioni, spinto dal desiderio di far qualcosa per se stesso (“non volevo buttare la mia giovinezza”) e per i suoi coetanei, fondando Gioventù Nazionale Palocco (dal nome della zona di Roma di cui Mattia è originario, Casal Palocco), inserita all’interno della rete di Gioventù Nazionale, movimento giovanile di Fratelli d’Italia.
Il percorso di crescita di questo gruppo, che Mattia suole definire “comunità”, è piuttosto lineare ma, nonostante questo, vi sono stati dei momenti topici in cui l’identità e la consapevolezza del movimento si sono consolidate.
Tra gli altri, Mattia mi confida un episodio tragico: la scomparsa di un “militante” della sua comunità, Giuseppe, occorsa nell’Aprile del 2022, che ha lasciato una traccia indelebile nel gruppo. Quando me ne parla, Mattia è visibilmente commosso e sceglie termini pregni di significato. Definisce l’impatto di Giuseppe sulla comunità un “totale sconquasso, come se in pochi mesi avesse condensato tutti gli insegnamenti che poteva donarci…ci ha lasciato con quell’assordante, tipico, silenzio immediatamente successivo alla chiusura del sipario ed immediatamente precedente agli scoscianti applausi della platea”, per Mattia, Giuseppe era “totale irriverenza, coraggio, menefreghismo puro…un eroe” e la sua dipartita ha rappresentato per la sua comunità un segnale inequivocabile: “ci piace pensare che lui sia entrato nelle nostre vite per darci un messaggio: continuare con coraggio, con passione, senza scrupoli, con il sorriso, con irriverenza”.
All’interno della comunità di cui Mattia è a capo vi sono delle regole inderogabili: “Tre pilastri: meritocrazia, gerarchia, disciplina. Ma anche tanta goliardia” e, in generale, Mattia asserisce che: “il nostro bagaglio valoriale ruota attorno al riconoscimento dell’unicità, dell’irripetibilità, della vita, elementi che le conferiscono sacralità e da cui scaturiscono i nostri valori apicali: identità, fratellanza, rispetto, devozione, libertà, onore, pudore”.
A quest’ultimo valore, il pudore, Mattia è particolarmente legato, tanto da esprimersi in questi termini: “Oggi lo si mette a bando, spacciandolo per un concetto anacronistico, sottintendendo un intento duplice, che tende al medesimo scopo: si vuole, da una parte, scalfire l’integrità della persona e, dall’altra, relativizzare ogni cosa, in particolare la bellezza. Possibile che non si comprenda che se tutto è bello, nulla è bello? Se il buon gusto non viene contemplato, non è possibile neanche configurare il cattivo gusto e, dunque, tutto è legittimato! Questo meccanismo perverso, che implica un marcato livellamento verso il basso e che rottama le coscienze, si rafforza anche perché vengono minate le fondamenta degli istituti naturali che fungono da baluardo, su tutti la famiglia.”
Il fine ultimo della militanza, secondo Mattia, è l’aggregazione, ma “per aggregare è necessaria una comunità, il cui obiettivo, allo stesso tempo, dev’essere l’aggregazione…Portare un ragazzo in sezione, di questi tempi, è un miracolo comunicativo, umano e politico, ed è ciò per cui combattiamo tutti i giorni”.
Quando chiedo a Mattia quali sono i suoi riferimenti ideologici e culturali, emerge in tutta la sua dirompenza il carattere totalizzante, a tal punto da risultare contraddittorio (“la destra è contraddizione”, afferma orgoglioso Mattia) della destra militante: “Questa è una domanda trasversale, non personale. A differenza della sinistra militante, che estrapola la sua essenza da un paio di libri, la destra assorbe qualcosa da tutto, senza alcuna forma di preclusione ideologica. È questo aspetto che la sinistra e la stampa allineata devono temere: non abbiamo pregiudizi nei confronti di nessuno, ci mettiamo in gioco continuamente, anche dal punto di vista culturale” e conclude il ragionamento citando uno storico slogan del Fronte della Gioventù, con riferimento a Che Guevara: “Tutti gli uomini di valore sono fratelli”.
A questo punto del dialogo, mi appare chiaro che Mattia è intimamente, ontologicamente, di destra, ne incarna una rappresentazione plastica, pur senza scadere in futili stereotipi. A questo proposito, gli chiedo quanto il contesto familiare in cui è cresciuto abbia influito nel definire la sua essenza e la sua risposta mi stupisce: “Nel mio caso il contesto ha influito moltissimo. Tuttavia, non ci si sente di destra, si è di destra, si nasce di destra e quindi sarei stato comunque di destra”.
Molti esponenti di spicco di Fratelli d’Italia hanno dedicato, sin dalla loro adolescenza, tutta la loro vita alla militanza e alla politica; Mattia, però, pur ammirando questa scelta, ha deciso di intraprendere un percorso accademico parallelo, che porta avanti studiando giurisprudenza a “La Sapienza” perché: “Non credo nella carriera politica, anzi, credo sia profondamente sbagliato far militanza perché si aspira ad una carica. Ovviamente, si possono nutrire delle ambizioni ma dev’esserci una vocazione alla base, prendendo le mosse dalla quale si antepone il bene altrui a quello personale: un prete non prende i voti perché vuole diventare vescovo”.
Quando gli chiedo, a questo proposito, se ritiene fondate le critiche che si muovono a Giorgia Meloni per il fatto di non avere una laurea, Mattia risponde in questi termini: “Non reputo necessario che una prima linea abbia alle spalle un percorso accademico importante perché si può imparare persino di più da un percorso militante e dal valore della partecipazione, della proposta e della contestazione, dell’ascolto e della buona amministrazione, che ne derivano”.
Una dicotomia presente nel pensiero di Mattia riguarda il rapporto tra il singolo e il collettivo in cui è inserito: pur propugnando con forza la pregnanza del concetto di gruppo, di comunità, Mattia insiste molto sull’importanza del singolo: “L’elemento distintivo fondamentale tra il concetto di collettività e quello di comunità risiede nel fatto che la collettività non premia gli slanci individuali migliori, mentre nella comunità si viene a costituire un puzzle perfetto, in cui i componenti vengono premiati esattamente per quel che riescono a dare. Nessuno è uguale a nessun altro e, se si riesce ad estrapolare le peculiarità, le abilità, di ogni singolo membro, la perfezione è configurabile. Le caratteristiche della nostra comunità rispecchiano la nostra visione della società: noi combattiamo per una società che premi gli slanci, che lasci operare il singolo senza dogmi o pregiudizi” e, tornando sulla distinzione tra collettività e comunità, Mattia, citando Kaplan, asserisce che: “Il duologo della collettività va contrapposto al dialogo della comunità. Il duologo è una forma di comunicazione piatta, asettica, strumentale; il dialogo, invece, è disinteressato: nella comunità risiede il vero senso della vita”.
Mattia è anche stato rappresentante d’istituto del suo liceo, il Democrito, per due anni. Prendendo le mosse da quest’esperienza gli chiedo quanto possa essere importante per un giovane, se non assistito adeguatamente dalle figure preposte alla propria educazione, trovare degli stimoli nell’esempio di un suo coetaneo: “In un mondo ideale non sarebbe necessario che i ragazzi si sostituiscano al richiamo pedagogico incarnato dalla figura dell’insegnante ma, laddove il corpo docente non sia adeguato a fornire degli strumenti utili agli studenti, diviene fondamentale la figura del compagno di classe che prova a scuotere i suoi coetanei, ad eliminare quella patina di ipocrisia che vogliono loro affibbiare, a farli uscire dalla caverna sessantottina, ideologica e standardizzata, a provare a fargli vedere che c’è qualcosa di nuovo, di diverso… Oggi, il nemico non ha più il pugno chiuso, non incarna più il comunismo efferato; oggi, il nemico è il politicamente corretto, subdolo, intangibile, che stronca, che tarpa le ali, che reprime la libertà, pur surrettiziamente” e, citando Guccini, conclude: “Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me cos’è la libertà”.
Quando gli faccio notare che la matrice della destra militante, per come la intende, è affine, per certi versi, a quella della sinistra militante, Mattia si mostra concorde ed argomenta: “Credo che, in ultima analisi, al netto di altre divergenze, ciò che distingue un ragazzo di destra da uno di sinistra è la mancanza di ipocrisia, la morale è di sinistra, l’etica è di destra: infatti, l’etica richiama una questione di diritto naturale, rimarca ciò che è naturalmente giusto, mentre la morale è relativa e quindi ben si associa alla fluidità tipica della sinistra”.
In Mattia è radicato un forte legame con il passato e, a tal proposito, gli chiedo quali sono, a suo parere, le differenze tra presente e passato nel modo di far politica. Mattia incentra la propria disamina sull’influsso dei social: “L’avvento dei social, dal punto di vista comunicativo, è sicuramente un vantaggio perché danno la possibilità di arrivare a molte persone semplicemente postando una grafica e facendola ripostare, senza la necessità di produrre striscioni e manifesti” E ancora: “Un’altra differenza fondamentale rispetto al passato dal punto di vista comunicativo riguarda l’ostentazione del personaggio, acuitasi con l’avvento dei social, chiaro risvolto della dimensione individualista dalla quale siamo permeati, anche nell’ambito della militanza: fa sorridere il fatto che, nella generazione che ci ha preceduto, si sia dibattuto a lungo sull’opportunità di mettere una foto dell’intera comunità sui manifesti elettorali per le candidature, in luogo della foto del singolo candidato, proprio per rimarcare che il progetto dietro alla candidatura si sostanzia con la forza di tutta la squadra, evidenziando la struttura organicistica del dietro le quinte. Oggi questo sarebbe assurdo, occorre adattarsi al cambiamento dei tempi”.
Sul suo rapporto con il passato afferma: “Ci sono tante divaricazioni nel mondo che ci ha preceduto e quindi, sebbene sia importante richiamarsi alle suggestioni del passato, non bisogna peccare di torcicollismo perché dobbiamo rappresentare qualcosa di fresco. Non sopporto le etichette, nemmeno noi stessi siamo in grado di affibbiarcele: non possiamo definirci conservatori, né liberali, né socialisti, né tantomeno reazionari. Noi abbiamo quello che doniamo, le etichette ce le dà la storia; oggi le etichette se le intesta chi sa di non avere contenuti e te le affibbia chi sa che ne hai tanti, perché è l’unico modo che ha per smarcarsi dal confronto. Noi non siamo delle etichette, siamo tanto altro: la destra è contraddizione perché la contraddizione è la cartina al tornasole della libertà delle idee e delle persone che le veicolano. Non temere l’altero, raffrontarlo ai propri ideali senza paventare le eventuali contraddizioni, non mina la propria integrità, piuttosto, tramite la contrapposizione di idee, la forgia. La destra cui ci richiamiamo sa essere contradditoria, quindi paradossalmente è coerente nella sua libertà”.
Sebbene abbia diffusamente chiarito il suo rapporto con il passato, faccio notare a Mattia quanto sia atipico il fatto che un movimento giovanile di una forza di sistema si organizzi secondo i canoni ortodossi della militanza (sezione, radicamento sul territorio, riunioni a cadenza settimanale, banchetti, affissione di manifesti etc.) e gli chiedo quanto questi aspetti siano importanti per loro, per mantenere viva l’eredità del passato: “Vivere la sezione, seminare cento e raccogliere uno, insegna il valore del sacrificio, dell’abnegazione, merce rara nella società attuale. La sedimentazione dell’attesa è un forte richiamo alla nostra visione della vita come un ciclo. La sezione insegna la forza dell’attesa: stare le ore ad immaginare un manifesto, a crearlo, ad affiggerlo quando basterebbe una grafica postata su Instagram per lanciare un messaggio. Salvaguardiamo dei gesti nei quali sono impliciti tanti valori che ci appartengono, il tutto all’insegna della scanzonatezza. In sezione, non esiste una gerarchia fossilizzata, a scaglioni, quanto piuttosto una tavola rotonda, ognuno di noi è una mente pensante e dev’essere lasciato libero di pensare. Non esistono esecutori, quelli sono mercenari, possono lavorare per chiunque”.
Secondo Mattia, il leader deve “essere carismatico, esercitare la sua autorevolezza, non autorità, non deve essere una forzatura imposta dall’esterno. L’autorevolezza, la leadership, è pura, naturale. Il leader dev’essere vicino sul piano empatico ma, allo stesso tempo, perché sia riconosciuto dagli altri, la sua leadership non dev’essere scalfita, il leader va rispettato in ogni situazione perché non rispettare un leader significa non rispettare una comunità, un’idea, una bandiera, un simbolo, un testimone, una storia. Un leader deve pensare prima di tutto al bene della comunità, il che significa persino farsi da parte se pensa che ciò possa giovare alla comunità, se crede che qualcun altro sia più adeguato a ricoprire quel ruolo”.
In chiusura di intervista, chiedo a Mattia di lanciare un messaggio a tutti i giovani che non hanno ancora trovato la loro strada: “Non omologatevi, abbiate il coraggio di esprimere la vostra identità, non abbiate paura, abbiate il coraggio di essere diversi, non appiattitevi come la società vuole che facciate!”
Mattia è dotato di una personalità magnetica, è molto difficile essere immuni dal fascino delle suggestioni da lui evocate perché, a prescindere da giudizi di merito, la passione con cui le veicola è travolgente, ammaliante.
Le dicotomie da lui delineate definiscono alla perfezione il carattere intrinsecamente contraddittorio della destra sociale, che vive perpetuamente in bilico, caratterizzata da un fragile equilibrio che deve preservare a tutti i costi per non tradire se stessa, per far sì che la contraddizione non sfoci nell’ambiguità. Dal punto di vista culturale, ad esempio, la destra, paradossalmente, nel contemplare l’altero afferma se stessa; dal punto di vista sociale, il rapporto tra singolo e comunità, per cui l’uno trae forza dall’altra, è caratterizzato da un equilibrio davvero labile perché se si conferisce troppa importanza al singolo si rischia di sfilacciare il collettivo, di creare un ambiente eccessivamente dispersivo, mentre se si esalta oltremodo il carattere coriaceo della comunità il rischio è quello di reprimere le velleità del singolo. L’intreccio tra la visione del passato e quella del futuro è un altro esempio programmatico di quest’aspetto: da un lato, tramite un forte richiamo al passato, la destra cerca di preservare un’identità, una tradizione; dall’altro, è vivo il desiderio di attualizzare le proprie battaglie, di adattarle alle nuove istanze sociali e, anche in questo caso, è molto complicato far convivere e convergere entrambi questi aspetti.
Queste sono solo alcune delle dicotomie che sono emerse dalla conversazione con Mattia e credo che soltanto leader oltremodo capaci siano in grado di valorizzare queste contraddizioni, facendole proprie ed evitando che questo castello di carte, tanto pericolante quanto affascinante, crolli.
Ritengo che sia proprio quest’aspetto a rendere la destra sociale così intrigante nella sua integrità valoriale, ma, allo stesso tempo, così fragile nelle sue contraddizioni, necessarie per mantenere la propria identità.
martedì 3 ottobre 2023
L'essere umano: schiavo della natura e delle consuetudini
Nascita.
Crescita.
Lotta per la sopravvivenza.
Riproduzione.
Invecchiamento.
Morte.
Quella appena delineata può sembrare la vita di un qualsiasi animale, e lo è, ma credo che non si distanzi molto da quella umana: l'essere umano, infatti, è a tutti gli effetti un animale, nonostante di animalesco abbia ormai poco. La caratteristica principale che accomuna le due categorie è quella delle pulsioni naturali, indispensabili per la sopravvivenza.
Ma se con il progresso l'uomo è riuscito a svincolarsi dallo stato brado tipico delle bestie, lo stesso non si può dire per i centri nevralgici della vita umana: infatti, come le bestie, egli nasce dal grembo della madre; cresce grazie al supporto fisico, materiale e spirituale dei genitori (negli animali di solito a crescere i cuccioli è la madre, dato che il maschio ha il solo compito di inseminare la femmina); come l'animale poi l'uomo deve procurarsi da vivere (ormai non servono più ingenti sforzi fisici e combattimenti mortali, ma il meccanismo alla radice è identico); ad un certo punto incontra un membro dell'altro sesso* e con questo mette al mondo uno o più esseri viventi; infine, è soggetto, come le bestie, all'inevitabile declino fisico e mentale, che lo porta alla morte.
L'uomo, quindi, non è un essere speciale, anzi, esattamente come gli animali è vittima della Natura, "perfida matrigna", per dirla con Leopardi.
L'obiezione che mi si può muovere a questo punto è senz’altro quella di aver tralasciato tutte quelle sfumature, quegli elementi e quelle caratteristiche che indubbiamente ci rendono diversi dagli animali.
Sto parlando in primis delle relazioni interpersonali, che ci separano dal rapporto meramente utilitaristico che (non) lega gli animali. Alla base di questa prerogativa tutta umana c'è ovviamente l'intelletto, la capacità di elaborare ciò che ci circonda, consentendoci di affezionarci all'altro. Poi dobbiamo all'intelletto anche le grandi menti della storia e tutta l'arte che oggi abbiamo a disposizione.
Se, però, da una parte la ragione è stata motore del progresso e generatrice di bellezza, ritengo che dall'altra essa sia anche la causa di molti problemi in cui gli umani incappano. Il fatto di poter pensare e ragionare ci rende troppo consapevoli di noi stessi, della realtà e delle sue storture, e questo è sicuramente l'elemento più innaturale riscontrabile in natura.
C'è però da fare una precisazione: non tutti gli esseri umani hanno realmente la consapevolezza di ciò che li circonda. Anzi, l'essere umano medio, pur avendo la possibilità di elevarsi, vive in una condizione di inganno: quella secondo la quale lui è un essere unico e speciale (a questo punto subentrano le ormai anacronistiche religioni). Dunque, la ragione, nella sua potenziale innaturalezza, conduce in realtà nella maggior parte dei casi ad esiti opposti, totalmente favorevoli alla natura.
Il paradosso risiede nel fatto che la presunta unicità umana non implica il vivere in maniera diversa, ma, anzi, il calarsi ancora di più in un'esistenza sorretta da artifici. Gli artifici di cui parlo sono quei cumuli di convenzioni sociali che quotidianamente illudono l'uomo, facendogli credere di stare facendo qualcosa di unico.
Partendo da questo aspetto pregnante, vorrei ora giungere a delineare i caratteri della canonica vita umana, a mio parere fortemente contrassegnata dal dilagante conformismo di massa.
Ai passaggi, che possiamo definire naturali, della vita umana (e animale) che ho illustrato nella fase preliminare di questo scritto, possiamo certamente aggiungerne altri, questa volta di ordine prettamente sociale.
Quando siamo piccoli andiamo a scuola, luogo che dovrebbe essere funzionale ad un pieno sviluppo individuale ed invece si riduce spesso a rifornire il soggetto di fredde nozioni, estrapolate dal loro contesto e dunque inutili alla crescita. In questo frangente iniziano le prime pressioni sociali, che andando avanti si fanno sempre più frequenti: prendere voti alti e diplomarsi in tempo (in tempo per cosa, poi?)!
Usciti dalla scuola, una volta maggiorenni, arriva la tappa che ci preparerà al mondo del lavoro: laurearsi in breve tempo e con voti alti! Se invece non vuoi andare all'università, a meno che tu non abbia già delle concrete possibilità di guadagno, sei guardato con sospetto: "non pensi al tuo futuro?".
Nel frattempo, si incorre in alcuni passaggi intermedi meno decisivi, ma comunque ritenuti significativi, come quello della patente, da prendere subito, o l'acquisto di una macchina.
Si giunge quindi alle tappe successive, quelle legate alla nostra affermazione (im)personale. Ecco che bisogna sposarsi presto, comprare una casa e procreare. Ovviamente, bisogna diventare economicamente indipendenti il prima possibile e guadagnare tanto, altrimenti si è dei falliti!
Il denaro come unico metro di giudizio.
Arrivati a questo punto dell'esistenza è già tutto finito: non resta che lavorare per 30/40 anni (tempo totalmente sottratto alla vita delle persone) per poi "godersi" la pensione tra i dolori della vecchiaia.
Ecco il copione che seguiamo passivamente, senza esserne consapevoli.
Ad incidere sono sicuramente le forti pressioni sociali, che ci offrono due opzioni: seguire passivamente il modello, oppure non farlo, ma al prezzo di essere oggetto dello scherno altrui e di sentirsi di conseguenza inadeguati e sbagliati. È chiaro che di fronte a questo bivio, una persona poco sicura di sé non può fare altro che aderire al modello di vita canonico.
Da quando ho memoria ho sempre provato un forte senso di nausea nei confronti delle tappe prestabilite dell'esistenza. Ritenevo e ritengo che una persona libera debba avere la possibilità di condurre la propria vita in un modo che sia il più possibile affine alle proprie attitudini. Invece, vedo solo miliardi di automi che eseguono gesti meccanici programmati da altri.
È francamente avvilente dover constatare una realtà di questo tipo. L'essere umano può essere altro, qualcosa di migliore. Servirebbe una rivoluzione nel modello di pensiero dominante.
Bisognerebbe essere più profondi, più riflessivi: non fermarci semplicemente agli aspetti più convenzionali e superficiali della vita, ma scavare nella realtà circostante, per indagarne gli aspetti realmente importanti, relativi alla nostra condizione di esseri umani in senso lato.
Essere capaci di analizzare e di interpretare criticamente la struttura sociale in cui viviamo è un attributo estremamente importante, di cui non si può fare a meno per esprimere pienamente la propria libertà. Solo in questo modo saremo in grado di sottrarci in via definitiva alla schiavitù delle forme, che attanaglia l’esistenza umana ed ostacola il raggiungimento di una vera felicità.
Ci vorrebbe, in sostanza, un uomo nuovo.
* per correttezza avrei dovuto citare anche gli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale, ma ritengo che questi siano, per natura, da escludere dal mio discorso, il cui obiettivo è evidenziare la natura meccanica della procreazione umana e animale.
Folgore
Si torna sempre lì, a desiderare mondi che non ci sono più. A interrogarci se davvero facciamo parte di ciò che ci circonda. Come sarebbe ...
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