Benché la mia non voglia essere una recensione, piuttosto una mera speculazione su alcuni passaggi a mio avviso pregnanti del libro, ritengo sia doveroso fornire al lettore che non ha avuto la fortuna di imbattersene finora (consiglio di leggerlo, per quel che vale) un minimo di contesto, partendo - per esigenze stilistiche ho dovuto tergiversare - dal titolo del libro in questione.
“Furore” è un romanzo pubblicato da John Steinbeck nel 1939 a New York ed è incentrato sulle vicissitudini di una famiglia di mezzadri dell’Oklahoma, i Joad, costretta ad emigrare dalle proprie terre.
Negli anni ’30 del ‘900, lasso temporale in cui hanno luogo le vicende narrate, gli Stati Uniti stanno attraversando il periodo di crisi più nero della loro storia: infatti, nel 1929 crolla la Borsa di Wall Street e gli sviluppi conseguenti a quest’evento hanno una portata catastrofica, gettando il paese in una recessione senza precedenti.
La ragione principale per cui vale la pena leggere questo libro risiede, a mio avviso, nella maestria con cui Steinbeck descrive le reazioni fisiologiche degli esseri umani innanzi ad una crisi, economica, sociale o valoriale che sia (molto spesso questi piani si sovrappongono).
Come accennavo in precedenza, i Joad sono una delle tante famiglie di mezzadri che popolano l’Oklahoma e gli Stati circostanti, il che significa che non posseggono la terra che coltivano e devono dividere i proventi del raccolto a metà con gli effettivi proprietari, spesso banche o grandi industriali.
La crisi del 1929 è endemica a tal punto da non tangere soltanto la classe medio-bassa, come sovente accade in seguito alle crisi “ordinarie”, anzi: quella di Wall Street è una crisi prettamente di carattere finanziario e, in quanto tale, colpisce in prima istanza chi opera nel suddetto mercato, chi può permettersi di farlo, tipicamente borghesi, industriali e, ovviamente, banche.
È una crisi che quindi colpisce anzitutto i ceti più elevati e che, fisiologicamente, si riversa a cascata sul resto della popolazione, che da questi soggetti dipende.
A farne le spese, tra gli altri, sono appunto i Joad, cui viene intimato di lasciare la terra in cui loro e i loro antenati erano nati, perché i proprietari ritengono che i trattori siano più produttivi (sono peraltro tempi di carestia).
In questa fase, risaltano due elementi, a mio avviso degni di nota:
da un lato, la mancanza di lungimiranza tipica di chi, non abituato a condizioni di ristrettezza e di urgenza, è messo alle strette e agisce quindi di impulso, badando soltanto ai benefici immediati. Come magistralmente evidenziato da Steinbeck, il trattore, squarciando la terra e dunque arrecando un danno al territorio circostante dal punto di vista strutturale, oltre che ambientale, implica sì maggiori profitti, derivanti soprattutto dall’abbattimento dei costi (i proprietari possono a quel punto fruire di tutti i proventi del raccolto), ma non fornisce sufficienti garanzie per il futuro.
Dall’altro, si insiste sul tema dell’automazione, topico in quel periodo, visto in ottica senz’altro negativa: in tal senso, il progresso tecnologico implicherebbe la sostituzione degli esseri umani con i macchinari, ritenuti più efficienti, specie per quanto concerne i lavori manuali.
Ammaliati dall’immaginario della California, culla ed emblema del capitalismo statunitense, i Joad decidono di dirigersi lì, per inseguire il sogno di trovare un impiego stabile e remunerativo, scoprendo, durante il viaggio che la stessa speranza li accomuna a centinaia di migliaia di altre famiglie.
Una delle caratteristiche distintive della prosa di Steinbeck, in questo senso emule di Flaubert, è l’alternanza, all’interno del romanzo, tra capitoli discorsivi ed altri analitici, questi ultimi caratterizzati da un’intensa effusione lirica.
Il capitolo su cui volevo soffermarmi rientra in questa seconda categoria ed è, a mio avviso, di straordinario interesse, per vari aspetti.
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| "Furore". J. Steinbeck, 1939 |
Trovo anzitutto affascinanti le tematiche evocate nella prima pagina, nella quale si insiste sul contrasto tra l’immaginario sedentario di chi vive da secoli nel suo piccolo podere e il carattere erratico del successivo peregrinaggio forzato, da cui scaturisce l’ampliamento delle prospettive di queste famiglie, riprodotto dall’immagine pregnante dello “sconfinato Ovest”, cui non è però connaturata un’accezione positiva, intesa in senso evolutivo, anzi: la coatta diaspora di queste genti viene vista come una vera e propria contaminazione nociva, originata dalle macchine e veicolata dall’industria, di cui i piccoli contadini sono paradossalmente vittime ignare.
La precarietà e l’indecenza della loro condizione li ha però indotti ad un celere mutamento in ottica adattiva, per fronteggiare la situazione avversa. In svariati passaggi del libro viene messa in risalto la vigoria e la capacità di adattamento anche in condizioni estreme di queste genti agresti, spesso contrapposta alla pigrizia, al languore dei capitalisti dell’Ovest; tuttavia, non si sfocia mai nell’esaltazione “bucolicheggiante” del mondo contadino, di cui l’autore stesso denunzia le storture.
Agli emigranti sono contrapposti i locali, che sarebbe sbagliato definire indigeni dato che, come lo stesso autore sottolinea, essi stessi sono emigrati verso queste terre e se ne sono appropriati, scacciando i Messicani.
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| "Furore". J.Steinbeck, 1939 |
Nella seconda pagina si descrive magistralmente l’assuefazione, la vacua agiatezza caratterizzante gli abitanti dell’Ovest, scossi tutt’a un tratto dal terrore, dalla paura, inorriditi dal contatto con uomini che palesano pulsioni a loro del tutto ignare.
La reazione dei locali all’esodo migratorio è sinistramente attuale: non trattasi tanto di congenita xenofobia, quanto piuttosto del timore di perdere il proprio status sociale e, se non gestita ed incanalata, la paura fomenta l’odio, i pregiudizi, gli stereotipi e sovente si concretizza in rappresaglie nefaste.
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| "Furore". J.Steinbeck, 1939 |
D’altro canto, però, gli industriali e i grandi latifondisti approfittano delle condizioni precarie degli emigranti per trattare i loro salari al ribasso, dinamica perfettamente descritta nella terza pagina. Si giunge, nell’ambito della contrattazione, alla fase terminale, in cui il salario non provvede neanche più alla sussistenza del lavoratore e della sua famiglia, bensì alla sopravvivenza di essi, per di più stentata.
D’altronde, in una situazione così critica, in cui l’offerta di lavoro sovrasta la domanda, il potere contrattuale in forza ai lavoratori è sostanzialmente inesistente perché ci sarà sempre qualcuno disposto a lavorare per una cifra più bassa, pur di sopravvivere: in questo frangente, l’autore richiama magistralmente il concetto di esercito di riserva marxiano ed evoca le sue implicazioni concrete, che si riversano funeste sulle condizioni del proletariato.
Gli stenti, la miseria degli emigranti, che i capitalisti dell’Ovest stessi hanno contribuito a generare, interessati esclusivamente dalla logica della massimizzazione del profitto, paradossalmente intimoriscono questi soggetti, tanto da indurli a paventare una rivolta; tuttavia, avendo molto da perdere, anziché esporsi in prima persona, aizzano gli animi di chi da perdere ha poco, ma sopravvive di quel poco ed è dunque direttamente toccato dalla contrattazione al ribasso ingeneratasi successivamente all’arrivo degli emigranti, visti conseguentemente come la ragione ultima dei loro patemi.
Nell’ultima fase del capitolo si evoca un’altra stortura del capitalismo, prontamente evidenziata da Marx ne “Il Capitale”, il quale ne fa una legge di tendenza: la centralizzazione del capitale, che viene veicolata dal fenomeno delle economie di scala, per cui chi è già “grande”, segnatamente i “grossi proprietari”, tende ad arricchirsi ancor di più, mentre “i piccoli coltivatori” tendono, schiacciati dalla concorrenza, ad impoverirsi finché non sono sottoposti ad un tal livello di pressione da essere costretti a vendere al grande capitalista, finendone inglobati. Le quote di mercato dei grandi saranno dunque destinate ad aumentare, a scapito di quelle dei piccoli, i quali diverranno sempre più deboli e sparuti, fino a sparire.
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| "Furore". J.Steinbeck, 1939 |
Il capitolo si chiude con l’ammonimento dell’autore, rivolto ai grandi capitalisti, i quali, a suo dire sono colpevoli di sottovalutare la forza della miseria, della disperazione, ulteriormente esasperata dal lapalissiano contrasto con l’ostentata opulenza, che fa da sfondo a questo scenario. I tratti delineati dall’autore ricordano da vicino i presupposti, enunciati da Marx, fondanti la rivoluzione proletaria.
In conclusione, credo che Steinbeck riesca, in queste pagine e non solo, a rimarcare un elemento di cui la dottrina marxiana difetta e la cui assenza ha, a mio avviso, impedito che la rivoluzione permanente attecchisse e che, in generale, le applicazioni concrete e pedisseque del marxismo potessero prosperare.
Quest’elemento è riconducibile, in ultima analisi, alla sfera dell’umano, del soggettivo: l’analisi di Marx risulta, a mio avviso, scevra di qualsiasi sorta di personalizzazione; le ragioni intime alla base della rivoluzione risultano essere esclusivamente dati oggettivi, asettici, meramente tecnici, ma Steinbeck ci insegna che, perché la rivoluzione abbia luogo, questi elementi, seppur indispensabili, non sono sufficienti: è necessario che tra gli uomini vessati si costituisca una coriacea empatia, che si traduca nella volontà di lottare, non soltanto per emancipare se stessi, ma anche tutti gli altri lavoratori, che versano nelle medesime condizioni.
In definitiva, è necessaria una tensione umanitaria, incanalata e veicolata, in ultima analisi, dal Furore, quindi da una pulsione travolgente, impetuosa, veemente, totalizzante, che induce coloro che ne sono intrisi ad unirsi per dividere, per uccidere, se necessario, pur di affrancarsi.




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