Caden Cotard, ipocondriaco regista teatrale, è sposato con Adele, pittrice di successo di quadri in miniatura. I due hanno anche una figlia di nome Olive. Il rapporto tra i due coniugi è piuttosto burrascoso e la donna tiene una posizione decisamente dominante rispetto all’uomo. Adele, il più delle volte sembra ignorare Caden, tanto da non assistere alla prima del suo nuovo spettacolo. Inoltre, la donna ha una relazione abbastanza ambigua con la sua amica Marie.
Il rapporto tra Adele e Caden si sfalda completamente quando la donna parte per tenere una mostra a Berlino, portando con sé Olive, lasciando però a casa il marito.
Da questo momento in poi, la vita di Caden diventa ancora più frammentata di quanto già non lo fosse. Egli inizia a perdere le coordinate temporali (il tempo della narrazione diviene estremamente contratto, tanto che gli anni cominciano a passare in pochi minuti di film), e i suoi vari acciacchi fisici (misteriosi, dato che non ci vengono mai fornite spiegazioni su cosa il protagonista abbia realmente) si intensificano costantemente.
Durante la sua vita solitaria dopo l’abbandono da parte di moglie e figlia, Caden prova, con scarso successo, ad approfondire una relazione sentimentale con Hazel, che lavora al botteghino del teatro in cui è andato in scena il suo ultimo spettacolo ed è palesemente infatuata di lui da diverso tempo. Quando i due, però, cercano di avere un rapporto sessuale, Caden scoppia in lacrime, sancendo, di fatto, la fine di ogni velleità amorosa con Hazel. Il loro rapporto rimarrà sostanzialmente platonico.
Avrà invece maggiore successo, ma solo apparentemente, il secondo matrimonio di Caden, con l’attrice teatrale Claire, da cui nascerà anche una figlia. Questo matrimonio, però, è solo una mera imitazione del primo matrimonio del protagonista.
Per fuggire dalle sue sofferenze, Caden cercherà di rifugiarsi in un nuovo, imponente, spettacolo teatrale, che forse mai vedrà la luce. Il suo obiettivo è quello di mettere in scena la vita nella sua essenza, con tutti i suoi momenti quotidiani e quasi insignificanti, i suoi eventi tragici.
“Synecdoche, New York” tra Svevo, Schopenhauer e Nietzsche
“Synecdoche, New York” è, sin dall’inizio, un film contrassegnato dalla morte e dalla malattia. Soltanto nei primi 12 minuti, troviamo un numero enorme di riferimenti a queste tematiche.
Faccio qualche esempio.
Il film si apre con una schermata nera e in sottofondo una canzoncina bambinesca che termina parlando proprio di morte. Durante la colazione, Caden legge sul giornale varie notizie riguardanti la morte di alcune persone, poi accende la televisione ed è trasmesso uno strano cartone animato che vede protagonista un virus e una pecora che si pone domande esistenziali. Poco dopo Caden si fa la barba e viene improvvisamente colpito in fronte dal rubinetto che esplode, finendo per sanguinare copiosamente. Da qui iniziano le sempre più frequenti visite di Caden dal medico (prima un medico generale, poi un oculista e un neurologo). Inoltre, durante una seduta dalla psicologa, Adele rivela di avere fantasticato più volte sulla morte di caden (presente nella stanza).
Quelli citati sono solo alcuni dei tanti riferimenti ai dolori fisici, alla malattia e alla morte. Non è di certo un caso. Sin da subito, infatti, Kaufman ci fa entrare nella psiche ipocondriaca del protagonista. Ecco dunque che gli occhi tramite cui guardiamo il mondo finzionale del film, sono gli occhi di Caden. L’empatia con il protagonista è, quindi, inevitabile.
L’esistenzialismo che permea il film emerge con forza soprattutto nella seconda metà della pellicola. Le riflessioni sulla desolante condizione umana (indagata quasi integralmente nella figura di Caden, che vediamo dalla sua età matura ad inizio film, fino alla vecchiaia di fine film), caratterizzata da delusioni continue (l’abbandono di moglie e figlia e i rapporti umani insoddisfacenti), sofferenze fisiche (la misteriosa malattia di Caden, che lo debilita) e psicologiche (la morte di tutte le persone che circondano il protagonista), sono tutte racchiuse nella grandiosa opera teatrale che Caden ha in programma di realizzare.
Caden ha tutti i connotati dell’inetto sveviano: è pervaso dal mal di vivere, è estremamente irresoluto (vediamo chiaramente questo aspetto nel modo in cui cerca di realizzare la sua ultima grande opera, senza però avere punti di partenza e un’idea ben definita), ha una strana malattia (qui è impossibile non pensare a "La coscienza di Zeno”) e la sua inadeguatezza alla vita lo fa rifugiare nella rappresentazione teatrale.
Caden non vive realmente la sua vita, ma piuttosto ripercorre all’infinito gli eventi che gli sono accaduti, cercando di riportarli in vita tramite il teatro.
Egli arriva a ricostruire, a teatro come scenografia, ogni luogo in cui ha vissuto. Viene riprodotta fedelmente la città di New York, così come le abitazioni e i relativi interni più rilevanti nella vita del protagonista. E questi luoghi, riprodotti, sono a loro volta abitati da attori che interpretano i personaggi del film, dal più importante a quello apparentemente più insignificante.
In “Synecdoche, New York” tutto è rappresentazione: una continua riproduzione artificiale della realtà, attraverso l’interpretazione che Caden ha del mondo.
Per Schopenhauer il mondo è volontà e rappresentazione. Rappresentazione nel senso che la realtà di per sé non esiste, se non nella personale visione che il singolo individuo (il soggetto) ha di quella realtà (l’oggetto). Nel film, ogni cosa che vediamo sembra non esistere di per sé, ma soltanto nell’interpretazione e nella rappresentazione che il protagonista ne fa. Caden, infatti, utilizza costantemente la rappresentazione (nel suo caso teatrale) per mostrare la sua visione della realtà. Ad un certo punto del film divengono rappresentazione anche alcune prerogative fisiologiche del corpo (la lacrimazione e la salivazione) che, a causa della malattia, Caden non riesce più ad adempiere in autonomia. Tanto che, in un momento di grande tristezza e delusione, Caden ha bisogno di utilizzare delle lacrime artificiali per riprodurre un pianto catartico.
Oltre a Schopenhauer, però, è possibile fare riferimento anche a Friedrich Nietzsche per provare a comprendere in tutte le sue sfaccettature un personaggio come Caden Cotard.
Nietzsche, nella sua opera prima “La nascita della tragedia”, distingue nell’essere umano due componenti: dionisiaco e apollineo. Per il filosofo, la condizione ideale era quella di un equilibrio tra le due componenti, che per breve tempo si era verificata nell’ambito della tragedia greca. A prevalere, però, era stato lo spirito apollineo, ossia il diniego del dramma e dell’insensatezza della vita e il relativo tentativo di rappresentarla invece come qualcosa di razionale.
Sotto questo punto di vista, Caden è un personaggio apollineo, perché prova a fuggire dalla tragedia della vita tramite la ricerca di un’interpretazione razionale della stessa (nel suo caso tramite il teatro). È impossibile, però, dare un senso alla vita; dunque, Caden si perde inevitabilmente nei meandri della sua psiche.
A rappresentare, nel film, l’elemento dionisiaco, cioè uno stato di ebbrezza fisica e spirituale, legato anche al rito orgiastico, troviamo i personaggi di Adele e la sua amica Marie, ma anche la figlia Olive, quando cresce. Costantemente votata ad una vita esaltante, Adele, una volta trasferitasi a Berlino, si ri-sposa con più uomini e conduce la sua esistenza tra feste e arte. La cosa particolare, però, è che nonostante Adele sia un personaggio dionisiaco, in realtà è votata ad una forma d’arte plastica, la pittura, che Nietzsche fa invece coincidere con l’apollineo.
Perciò Caden è un personaggio che oscilla tra la sua intestina spinta apollinea verso una razionale interpretazione dell’esistenza, e l’esterna spinta dionisiaca, impersonificata dalla moglie Adele. Caden ricerca per diverso tempo una sintesi tra le due istanze (quella che, ci dice Nietzsche, solo la tragedia greca era riuscita a trovare), ma, constata la sua impossibilità, si ripiega esclusivamente nello spirito apollineo, vedendo scomparire del tutto la moglie (che non vedremo più nel resto del film) con il suo spirito dionisiaco e di conseguenza ogni ambizione di sintesi.
Dal perturbante freudiano alla sineddoche
Un elemento di grande interesse della pellicola è rappresentato dal tema del doppio.
La narrazione è costellata di personaggi che interpretano altri personaggi. In primo luogo, è da citare un personaggio singolare: Sammy. Egli segue Caden ormai da diversi anni, con l’obiettivo di interiorizzare tutti i suoi atteggiamenti e i suoi modi di fare, per arrivare ad essere come lui. Di Sammy non ci viene rivelato nulla: è a tutti gli effetti l’alter ego di Caden, che infatti lo sceglie per interpretare la sua parte nell’opera che sta progettando.
I suoi comportamenti sono spaventosamente simili a quelli di Caden, tanto che ad un certo punto i due intrattengono una conversazione sulla vita e il passato del nostro protagonista, e le due identità (anche se in realtà ci troviamo di fronte ad una sola identità, quella di Caden) arrivano a fondersi in un corpo unico, che parla e si esprime come tale. È Caden che parla con sé stesso.
La duplicità non si limita solo a Caden e Sammy, perché praticamente ogni personaggio ha un suo doppio che dovrà interpretarlo nell’opera.
Questo elemento genera nello spettatore un frequente spaesamento e, per certi versi, il sentimento del perturbante, di cui parla Sigmund Freud nel suo omonimo saggio.
Per il filosofo, il perturbante è quel sentimento che ci fa percepire una cosa come estranea e allo stesso tempo familiare. Esso è legato a qualcosa che viene rimosso dalla coscienza, ma che rimane nel piano inconscio ed alcune volte riemerge. Quando un elemento che la psiche ha rimosso, in qualche modo ritorna a galla, si genera il sentimento del perturbante.
Una delle figure che, per Freud, genera il perturbante, è proprio quella del doppio.
In “Synecdoche, New York”, oltre a Sammy, l’alter ego di Caden, c’è una duplicità ancora più perturbante: quella legata alla seconda moglie e alla seconda figlia del protagonista. Dopo l’abbandono, Caden prova un grande vuoto interiore, che, ad un certo punto, cerca di colmare con una nuova moglie, Claire, e una nuova figlia. Il problema è che Caden non tiene realmente a Claire e a malapena ricorda il nome della seconda figlia (sono continui i lapsus in cui lui la chiama con il nome della sua “vera” figlia, Olive). Si tratta quindi di un elemento, quello della famiglia, che prima viene rimosso in seguito all’abbandono, ma che poi riemerge nelle vesti di un doppio perturbante.
Praticamente tutto in “Synecdoche, New York” è doppio.
Questo, però, è strettamente legato al fatto che la vita di ognuno di noi non è altro che la copia, il doppio, appunto, della vita di ogni altro individuo.
È questo il senso ultimo del film, e già il titolo ne è esplicativo. La sineddoche è la figura retorica che consiste nell’utilizzare, in senso figurato, un termine al posto di un altro, tramite l’ampliamento o la restrizione del senso di quel concetto.
In questo film, la sineddoche di riferimento è quella della singola parte utilizzata per rappresentare il tutto; un concetto espresso in modo lampante nella meravigliosa scena finale.
Un Caden ormai decrepito cammina per le strade artificiali di New York, riprodotte per il suo spettacolo mai andato in scena, in uno scenario quasi post-apocalittico, ascoltando una voce femminile tramite un auricolare. Il significato del film è racchiuso totalmente nelle parole pronunciate da questa voce.
“Quel futuro eccitante e misterioso che una volta si apriva davanti a te, ora è alle tue spalle. Vissuto, compreso. Deludente. Ti rendi conto che non sei speciale. Con fatica hai vissuto la tua vita e ora scivoli via da lei in silenzio. Questa è l'esperienza di tutti. Di ogni individuo. Le specificità non contano. Ognuno è tutti. Così tu sei Adele, Hazel, Claire, Olive.”
Ecco il concetto della parte (il singolo individuo) per il tutto (l’umanità). Nessuna vita è speciale, perché siamo solo l’ennesima copia di qualcosa che c’è già stato. E non è un caso che le iniziali del protagonista Caden Cotard, CC, indichino anche la copia carbone: ogni vita è la copia carbone di miliardi di altre vite.
Perché ognuno è tutti.