Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

giovedì 30 novembre 2023

Noi, figli sani del patriarcato

Sin dalle prime ore dalla scomparsa di Giulia si è temuto il peggio, paventando il coinvolgimento fatale di Filippo. Ho trattato gli aggiornamenti che uscivano in quel periodo con il solito distacco che si riserva ai casi di cronaca, tipico di chi non è indifferente, ma è comunque consapevole di non poterci fare nulla, ché la malvagità è insita all’indole di certi esseri umani ed è, purtroppo, irreversibile. Nessun senso di colpa, una vaga consapevolezza della strutturalità del problema e quel minimo di partecipazione emotiva, necessario a non trascendere nell’apatia.

Con il passare dei giorni, la questione si infittiva, emergevano dei nuovi particolari e la tensione si accumulava, sino al ritrovamento del corpo. Il racconto della dinamica del femminicidio mi ha fatto rabbrividire, Giulia era una ragazza, una mia coetanea, poteva essere la mia compagna di banco o la mia amica di infanzia e lo stesso dicasi per Filippo, che l’ha uccisa brutalmente, pianificando tutto nei minimi dettagli, con sconcertante lucidità, tutto questo per cosa? Per amore? Per vendetta? Per gelosia? Per invidia? Non c’è nulla che possa giustificare anche solo il pensiero di esercitare una violenza sopraffattoria di questo tenore.

Non mi faccio problemi a dirlo, quando ho visto le foto di Giulia, così sorridente, così spensierata, ho pianto, ho odiato il suo assassino ma, ancora una volta, nessun senso di colpa, anzi, mi beavo di essere diverso, di non avere mai ucciso, violentato o molestato, verbalmente o fisicamente, una donna e come me tutti i miei amici e conoscenti, la maggioranza silenziosa dei puri e degli incorruttibili che soccombe placidamente innanzi alla violenza fragorosa degli sparuti bruti, le cui azioni continuano a compromettere la prospettiva di una convivenza serena tra uomini e donne, avulsa da ogni forma di diffidenza, rancore ed odio.

Quando poi ho letto le prime reazioni alla tragica notizia, la mia distaccata disperazione si è tramutata in un coinvolto risentimento, in partecipe irritazione, “è colpa di tutti gli uomini”, quante volte ho sentito questa frase, come se tutti gli uomini fossero uguali, come se tutti noi fossimo capaci, in una situazione di particolare sconforto, di soggiogare una donna con la violenza, come ha fatto Filippo. L’ho trovato irrispettoso anche nei confronti della vittima e della sua famiglia perché il carnefice è uno, ha una faccia, un nome ed un cognome ed è lui che, prima di fare qualsiasi altro ragionamento, va demonizzato, perché sennò si astrae il problema dalla sua sconcertante concretezza, gli si conferisce in primis una connotazione ideologica, che dev’essere sicuramente contemplata, ma non è una condizione necessaria, altrimenti tutti gli uomini dovrebbero uccidere, o comunque seviziare, le donne perché tutti gli uomini sono espressione di una mentalità patriarcale.

Il patriarcato è un problema enorme e va smantellato il prima possibile, anche con la violenza, se necessario, ma incolpare un’intera categoria perché parte integrante e, direi, costitutiva del sistema patriarcale non è giusto: io non ho scelto di nascere uomo e pretendo di essere giudicato per le mie azioni, non sono responsabile per gli abomini quotidianamente perpetrati dagli altri uomini.

Poi, tutt’a un tratto, riflettendo e discutendo con delle conoscenti, ho capito di essere visceralmente ed irrimediabilmente colpevole, al pari di Filippo e al pari di tutti i miei amici, nessuno escluso.

Sono colpevole perché non ho mai fatto nulla quando ascoltavo discorsi sessisti di qualsiasi tenore e, anzi, molto spesso ho ammiccato e sghignazzato, finendo addirittura per farli io stesso, per sentirmi parte di un gruppo, perché “tra maschi si fa così”. Ogni volta che ho compiaciuto i miei sodali, ogni volta che ho evitato di riprenderli per paura di essere escluso, ogni volta che ho riso di quelle frasi, che ai miei occhi erano innocenti battute, ho alimentato il flusso del patriarcato, ho contribuito a creare i presupposti per fermentare ulteriore violenza di genere, per rinsaldare i cardini di questa società sessista, per aver indirettamente indotto chi mi circonda a pensare che tutto ciò è legittimo, anzi, che è sano, che fa bene a controllare il cellulare della sua ragazza, che fa bene ad impedirle di uscire, che fa bene a minacciarla e a malmenarla se lei lo vuole lasciare, che fa bene a violentarla se la desidera, che fa bene ad ucciderla se la ama.

Sono colpevole perché nemmeno mi ricordo il momento in cui ho cominciato ad essere indifferente a fronte di certe dinamiche, il momento in cui ho smesso di ritenere, quantomeno intimamente, sbagliato ed immorale tutto ciò. No, non sono nato così, ma lo sono diventato troppo facilmente, troppo superficialmente.

Sono colpevole perché ho continuato fino alla fine, fino ai limiti dell’irragionevolezza, finché la realtà non me lo ha sbattuto veementemente in faccia, a negare di esserlo. Ho continuato ad illudermi di essere sano mentre calpestavo con noncuranza la dignità delle donne, ridendone con i miei amici, mentre mi prendevo beffe di tutte quelle esagitate che mi urlavano in faccia che colpevole lo ero anch’io, come tutti gli altri.

Sono colpevole e non merito di empatizzare, di solidarizzare con voi, ma, se voi sarete tanto clementi da permettermelo, bruceremo tutto assieme, al costo di finire arso io stesso.

Pretendo che la società del futuro faccia crollare il mondo in testa ai sani adepti del patriarcato, che, tronfi di presunzione, negano l’evidenza e continuano ad alimentare la cultura del maschilismo, ergendosi a vittime di uomini come loro, i quali non hanno fatto altro che esasperare le storture della mentalità di cui sono imbevuti.

No, gli uomini non sono vittime inconsapevoli della società in cui sono nati e, anzi, come le hanno dato i natali, possono contribuire a sovvertirla. E no, Giulia non è un asettico numero, non è una vittima inerme, non è un danno collaterale. Giulia arde, Giulia è rabbia, Giulia è disperazione, Giulia è furore, Giulia è rivoluzione.

domenica 26 novembre 2023

Estasi

Quando vedi qualcosa di così straordinariamente bello che il tempo si ferma. 

Qualcosa di così magico che ti attraversa quasi un brivido di tristezza, come quando il Sole è definitivamente tramontato o come quando l'ultima notte di estate volge al termine. 

Quando di fronte ti trovi qualcosa di talmente strabiliante che ti ci perdi dentro e per pochi lunghissimi secondi non esiste altro.

Una visione così pazzesca che ti rimane addosso quella confusione, quell'emozione dolceamara di consapevolezza che tutto è destinato ad un piccolo momento. 

Quando hai la fortuna di imbatterti in qualcosa che vada oltre a qualsiasi possibile comprensione, qualcosa di favoloso al punto che in qualche maniera ti rimarrà dentro per sempre. 

giovedì 23 novembre 2023

Resistere per esistere (davvero)

 

Io non sono ciò che studio,
io non sono il mio lavoro,
io non sono il mio dio,
io non sono il mio amore,
io non sono il mio ideale.
Quant’è avvilente sacrificare tutto per un proposito,
rinnegare se stessi per la propria aspirazione,
dissipare la propria essenza per conservare una parvenza di identità,
per ricevere un barlume di considerazione.
Noi siamo tutto ciò che pensiamo,
tutto ciò in cui crediamo,
tutto ciò che amiamo.
Rinunciare a qualcosa di proprio è un affronto alla Libertà,
tanto incensata a parole,
quanto osteggiata nei fatti.

domenica 19 novembre 2023

Specchio

 Non voglio essere uno dei tanti figli incompresi di un mondo sbagliato.

Non voglio essere uno dei tanti prodotti di una società malsana ed egoista.

Non voglio essere uno dei tanti che poteva e che per colpa dei tanti ma e se non ha sfondato.

Non voglio essere l'ennesimo uomo costretto a ridimensionare se stesso ed i propri obiettivi e che alla fine riesce solo a lamentarsi.

Io voglio cambiarlo il mondo, migliorarlo e non dover cambiare me stesso per viverci e vederlo peggiorare.

Non voglio soffocare, oppresso da una vita più complicata di quello che dovrebbe e meno bella di quanto vorrei.



giovedì 16 novembre 2023

La forma e sostanza

Nella storia si è ampiamente dibattuto sul rapporto, in ambito letterario, dialettico e filosofico, tra il piano della forma e quello della sostanza; sono state espresse e vagliate le opinioni più disparate a proposito, cui sono sussunti anche gli estremi della questione: da una parte, c’è chi ha fatto della forma il proprio vessillo, la propria peculiarità, tanto da aborrire ogni velleità contenutistica, dall’altra non sono mancati coloro che la forma l’hanno deliberatamente violata, lesa, vituperata per esaltare la pregnanza del contenuto. Oggigiorno sono in molti a credere che la forma, l’involucro, la cornice di un qualsiasi ragionamento sia puramente ornamentale, superflua, pleonastica e che, anzi, una forma particolarmente curata ed articolata risulti piuttosto artefatta ed innaturale, finendo per lordare il tenore del contenuto.

 Ora, lungi da me pormi come un culture della forma, anche perché non sarei in grado di esserlo, ma credo che il modo in cui si veicolano i propri pensieri, le parole che si selezionano, l’ordine in cui le si pone, le sfumature che le si conferiscono, trascendano il mero vezzo stilistico e aprano nuovi orizzonti, nuove accezioni atte a declinare la sostanza.

 Non nego che un contenuto di spessore sia, a prescindere dalla forma in cui lo si veicola, indice di una spiccata sensibilità, la quale, però, a mio avviso, non è una qualità che ha valore in sé, in senso assoluto. Credo che la discordanza nelle accezioni conferite al rapporto tra forma e sostanza sia, in ultima analisi, riconducibile a questo fattore: per molti la sensibilità si completa, si estrinseca in sé; a mio avviso, invece, pur trattandosi di un elemento fondamentale, è necessario che venga incanalata tramite la cura della forma, che convoglia, definisce e sublima la sostanza.

 Ritengo che una forma asciutta, spoglia, scarna, non renda onore a qualsiasi sorta di contenuto, specie se di rimarcabile spessore, perché palesa l’assenza di profondità espressiva e quindi una penuria di interesse nei riguardi del discorso stesso, dei concetti trattati. Al contrario, tuttavia, è necessario anche guardarsi dal ricorrere al misero tentativo di celare un’effettiva carenza di contenuti con una forma eccessivamente imbellettata, perché si finisce per denunciare non soltanto una mancanza di profondità analitica, ma anche una snervante tediosità.

 La lingua italiana mette a disposizione del locutore un’immensa varietà di vocaboli, di espressioni cui ricorrere e, astenersi dal farlo è, a mio avviso, delittuoso perché palesa la perdita di aderenza con una tradizione, con un bagaglio culturale, che sia scritto, orale o aurale, tramandato di generazione in generazione.

 Credo che tutti noi dovremmo sentire il dovere morale di far nostra questa eredità e di trasmetterla ai posteri, profondendo ogni sforzo possibile per risultarne all’altezza ed evitando di farci assuefare dall’ammaliante tentazione costituita dalla semplicità smodata, acritica, senza filtri, veicolata prevalentemente dai social, che passa per la demolizione e, direi anche, la demonizzazione di ogni forma di complessità e che colpisce in maniera più evidente il nostro linguaggio e, surrettiziamente, più in profondità, anche la nostra forma mentis, il nostro modus pensandi.

 Abbiamo l’immensa fortuna di poter contare su piattaforme virtuali che immagazzinano miriadi di contenuti, di pensieri, di qualsiasi sorta e in qualsiasi lingua, e ne conservano traccia, ma, allo stesso tempo, proprio perché siamo oggetto, anzi, bersaglio, di nuovi stimoli in continuazione, la nostra memoria diviene tanto corta da esserne assorbiti, da perdere contatto con la pregnanza del ragionamento, della complessità, della speculazione, che, permettetemi di sottolinearlo, è parte integrante della cultura italiana, basti pensare alla nostra storia e alle personalità cui il nostro paese ha dato i natali.

 Al giorno d’oggi, denoto una sconsiderata e deliberata trasandatezza, tanto nella forma quanto nel contenuto, veicolata e, direi, propagandata, in particolar modo dalle nuove forme di comunicazione virtuali. Questo aspetto è profondamente critico e presenta risvolti potenzialmente catastrofici che non si esauriscono in sé ma, anzi, contemplano implicazioni ancor più radicate, legate all’intero contesto sociale attuale.

 Abbiamo perso ogni velleità, ogni attitudine, alla complessità. Il tenore a tratti demenziale degli stimoli cui siamo sottoposti plasma i nostri interessi e le nostre vocazioni, finché non siamo noi stessi a ricercare quel tipo di comunicazione, fornendo ulteriori ragioni a chi crea questi contenuti per continuare a sottoporceli e per tentare, se possibile, di renderli ancor più scarni, più superficiali.

Questa spirale, alimentata in un primo momento dalle esigenze del mercato, i cui fili sono tirati dalla classe dominante, e successivamente dalla nostra stessa volontà, ha un unico Leitmotiv: la tendenza alla semplificazione, cui non sono immuni neanche aspetti che semplici, per natura, non possono essere.

 Con questo non voglio negare l’importanza, in taluni contesti, della sintesi, ma questa deve essere in ogni caso a suo modo articolata e comunque non può costituire la normalità, la prassi, l’unica alternativa.

 L’essere umano è per sua natura complesso, come complessi sono i suoi sentimenti, la sua ragione, gli stimoli di cui necessita, le sue aspirazioni, le sue visioni. Trovo avvilente il tentativo di ridurlo ad una mera caricatura di se stesso, della sua natura, della sua indole.

 Ma d’altronde, credo vi sia una comprovata tendenza verso questa direzione, cui è particolarmente difficile sfuggire: quando si tenta di articolare discorsi o analisi con i propri amici o familiari, si nota subito come ne vengano annoiati, come si distraggano facilmente; quando si prova ad esprimere, innanzi ad un pubblico eterogeneo, concetti strutturati, ragionamenti articolati, si raccoglie quasi esclusivamente disinteresse e questi tendono ad essere dimenticati molto in fretta. Risulta assai intrigante l’alternativa più semplice, la possibilità di abbandonare ogni velleità di complessità per poter costruire il proprio successo più facilmente in ogni ambito, da quello sociale a quello sentimentale, fino a quello professionale.

 In un contesto del genere, francamente avvilente, risulta un compito eccessivamente arduo per chi conserva, per indole, per predisposizione, o perché così è stato educato, un barlume di complessità, resistere alle pressioni delle nuove istanze sociali, palesare e valorizzare il proprio spessore, che sia morale, valoriale, intellettivo, umano o culturale. La forza della massa, del branco, è, a tratti, travolgente ed intrinsecamente irrazionale, nel senso che è sostanzialmente immune alla forza argomentativa di qualsiasi discorso, anche il più ragionevole, pregnante e persuasivo.

 L’uomo è un animale sociale e, in quanto tale, tende a conformarsi alle istanze sociali legate all’epoca in cui vive. Motivo per cui, in un sistema socioeconomico liberale e capitalista, è difficile per chiunque dissociarsi dalle tendenze imposte da chi tira i fili; tuttavia, l’innaturalezza di certi meccanismi, se adeguatamente evidenziata e criticata, potrebbe dar luogo a quell’insubordinazione delle menti, derivante da una rinnovata consapevolezza, tanto necessaria per restituire all’uomo la sua dimensione originaria, la sua essenza. Il nostro contributo, a questo proposito, non è irrilevante, ma lo diviene se non è in grado di scuotere altre coscienze.

domenica 12 novembre 2023

Canto di Sirena

 Ebbi come il sospetto che qualcosa non andasse, non stesse al posto giusto. 

Ebbi come l'impressione che fossa tutta un'invenzione e che quanto mi ero raccontato, di star bene, non foss'altro che una dolce melodia che avevo cantata perché coprisse il rumore e lo strepidio di quei pensieri che volevo soffocare. 

E sentivo come una mano che mi prendeva e con dolcezza guidava, fino a che non mi son svegliato già in fondo al mare, abbandonato, che non respiravo e in lontananza ancora lo ascoltavo, quel canto di sirena che m'intorpidiva e ricullava nel sonno di una dolce illusione. 


mercoledì 8 novembre 2023

Analisi del film: "Synecdoche, New York" (2008), di Charlie Kaufman

Synecdoche, New York” (2008) di Charlie Kaufman

Caden Cotard, ipocondriaco regista teatrale, è sposato con Adele, pittrice di successo di quadri in miniatura. I due hanno anche una figlia di nome Olive. Il rapporto tra i due coniugi è piuttosto burrascoso e la donna tiene una posizione decisamente dominante rispetto all’uomo. Adele, il più delle volte sembra ignorare Caden, tanto da non assistere alla prima del suo nuovo spettacolo. Inoltre, la donna ha una relazione abbastanza ambigua con la sua amica Marie. 


Il rapporto tra Adele e Caden si sfalda completamente quando la donna parte per tenere una mostra a Berlino, portando con sé Olive, lasciando però a casa il marito. 


Da questo momento in poi, la vita di Caden diventa ancora più frammentata di quanto già non lo fosse. Egli inizia a perdere le coordinate temporali (il tempo della narrazione diviene estremamente contratto, tanto che gli anni cominciano a passare in pochi minuti di film), e i suoi vari acciacchi fisici (misteriosi, dato che non ci vengono mai fornite spiegazioni su cosa il protagonista abbia realmente) si intensificano costantemente.  


Durante la sua vita solitaria dopo l’abbandono da parte di moglie e figlia, Caden prova, con scarso successo, ad approfondire una relazione sentimentale con Hazel, che lavora al botteghino del teatro in cui è andato in scena il suo ultimo spettacolo ed è palesemente infatuata di lui da diverso tempo. Quando i due, però, cercano di avere un rapporto sessuale, Caden scoppia in lacrime, sancendo, di fatto, la fine di ogni velleità amorosa con Hazel. Il loro rapporto rimarrà sostanzialmente platonico. 


Avrà invece maggiore successo, ma solo apparentemente, il secondo matrimonio di Caden, con l’attrice teatrale Claire, da cui nascerà anche una figlia. Questo matrimonio, però, è solo una mera imitazione del primo matrimonio del protagonista. 


Per fuggire dalle sue sofferenze, Caden cercherà di rifugiarsi in un nuovo, imponente, spettacolo teatrale, che forse mai vedrà la luce. Il suo obiettivo è quello di mettere in scena la vita nella sua essenza, con tutti i suoi momenti quotidiani e quasi insignificanti, i suoi eventi tragici. 


“Synecdoche, New York” tra Svevo, Schopenhauer e Nietzsche


“Synecdoche, New York” è, sin dall’inizio, un film contrassegnato dalla morte e dalla malattia. Soltanto nei primi 12 minuti, troviamo un numero enorme di riferimenti a queste tematiche. 


Faccio qualche esempio.

Il film si apre con una schermata nera e in sottofondo una canzoncina bambinesca che termina parlando proprio di morte. Durante la colazione, Caden legge sul giornale varie notizie riguardanti la morte di alcune persone, poi accende la televisione ed è trasmesso uno strano cartone animato che vede protagonista un virus e una pecora che si pone domande esistenziali. Poco dopo Caden si fa la barba e viene improvvisamente colpito in fronte dal rubinetto che esplode, finendo per sanguinare copiosamente. Da qui iniziano le sempre più frequenti visite di Caden dal medico (prima un medico generale, poi un oculista e un neurologo). Inoltre, durante una seduta dalla psicologa, Adele rivela di avere fantasticato più volte sulla morte di caden (presente nella stanza). 


Quelli citati sono solo alcuni dei tanti riferimenti ai dolori fisici, alla malattia e alla morte. Non è di certo un caso. Sin da subito, infatti, Kaufman ci fa entrare nella psiche ipocondriaca del protagonista. Ecco dunque che gli occhi tramite cui guardiamo il mondo finzionale del film, sono gli occhi di Caden. L’empatia con il protagonista è, quindi, inevitabile. 


L’esistenzialismo che permea il film emerge con forza soprattutto nella seconda metà della pellicola. Le riflessioni sulla desolante condizione umana (indagata quasi integralmente nella figura di Caden, che vediamo dalla sua età matura ad inizio film, fino alla vecchiaia di fine film), caratterizzata da delusioni continue (l’abbandono di moglie e figlia e i rapporti umani insoddisfacenti), sofferenze fisiche (la misteriosa malattia di Caden, che lo debilita) e psicologiche (la morte di tutte le persone che circondano il protagonista), sono tutte racchiuse nella grandiosa opera teatrale che Caden ha in programma di realizzare. 


Caden ha tutti i connotati dell’inetto sveviano: è pervaso dal mal di vivere, è estremamente irresoluto (vediamo chiaramente questo aspetto nel modo in cui cerca di realizzare la sua ultima grande opera, senza però avere punti di partenza e un’idea ben definita), ha una strana malattia (qui è impossibile non pensare a "La coscienza di Zeno”) e la sua inadeguatezza alla vita lo fa rifugiare nella rappresentazione teatrale. 


Caden non vive realmente la sua vita, ma piuttosto ripercorre all’infinito gli eventi che gli sono accaduti, cercando di riportarli in vita tramite il teatro. 

Egli arriva a ricostruire, a teatro come scenografia, ogni luogo in cui ha vissuto. Viene riprodotta fedelmente la città di New York, così come le abitazioni e i relativi interni più rilevanti nella vita del protagonista. E questi luoghi, riprodotti, sono a loro volta abitati da attori che interpretano i personaggi del film, dal più importante a quello apparentemente più insignificante. 


In “Synecdoche, New York” tutto è rappresentazione: una continua riproduzione artificiale della realtà, attraverso l’interpretazione che Caden ha del mondo. 

Per Schopenhauer il mondo è volontà e rappresentazione. Rappresentazione nel senso che la realtà di per sé non esiste, se non nella personale visione che il singolo individuo (il soggetto) ha di quella realtà (l’oggetto). Nel film, ogni cosa che vediamo sembra non esistere di per sé, ma soltanto nell’interpretazione e nella rappresentazione che il protagonista ne fa. Caden, infatti, utilizza costantemente la rappresentazione (nel suo caso teatrale) per mostrare la sua visione della realtà. Ad un certo punto del film divengono rappresentazione anche alcune prerogative fisiologiche del corpo (la lacrimazione e la salivazione) che, a causa della malattia, Caden non riesce più ad adempiere in autonomia. Tanto che, in un momento di grande tristezza e delusione, Caden ha bisogno di utilizzare delle lacrime artificiali per riprodurre un pianto catartico. 


Oltre a Schopenhauer, però, è possibile fare riferimento anche a Friedrich Nietzsche per provare a comprendere in tutte le sue sfaccettature un personaggio come Caden Cotard. 


Nietzsche, nella sua opera prima “La nascita della tragedia”, distingue nell’essere umano due componenti: dionisiaco e apollineo. Per il filosofo, la condizione ideale era quella di un equilibrio tra le due componenti, che per breve tempo si era verificata nell’ambito della tragedia greca. A prevalere, però, era stato lo spirito apollineo, ossia il diniego del dramma e dell’insensatezza della vita e il relativo tentativo di rappresentarla invece come qualcosa di razionale. 


Sotto questo punto di vista, Caden è un personaggio apollineo, perché prova a fuggire dalla tragedia della vita tramite la ricerca di un’interpretazione razionale della stessa (nel suo caso tramite il teatro). È impossibile, però, dare un senso alla vita; dunque, Caden si perde inevitabilmente nei meandri della sua psiche.


 A rappresentare, nel film, l’elemento dionisiaco, cioè uno stato di ebbrezza fisica e spirituale, legato anche al rito orgiastico, troviamo i personaggi di Adele e la sua amica Marie, ma anche la figlia Olive, quando cresce. Costantemente votata ad una vita esaltante, Adele, una volta trasferitasi a Berlino, si ri-sposa con più uomini e conduce la sua esistenza tra feste e arte. La cosa particolare, però, è che nonostante Adele sia un personaggio dionisiaco, in realtà è votata ad una forma d’arte plastica, la pittura, che Nietzsche fa invece coincidere con l’apollineo. 


Perciò Caden è un personaggio che oscilla tra la sua intestina spinta apollinea verso una razionale interpretazione dell’esistenza, e l’esterna spinta dionisiaca, impersonificata dalla moglie Adele. Caden ricerca per diverso tempo una sintesi tra le due istanze (quella che, ci dice Nietzsche, solo la tragedia greca era riuscita a trovare), ma, constata la sua impossibilità, si ripiega esclusivamente nello spirito apollineo, vedendo scomparire del tutto la moglie (che non vedremo più nel resto del film) con il suo spirito dionisiaco e di conseguenza ogni ambizione di sintesi. 


Dal perturbante freudiano alla sineddoche


Un elemento di grande interesse della pellicola è rappresentato dal tema del doppio

La narrazione è costellata di personaggi che interpretano altri personaggi. In primo luogo, è da citare un personaggio singolare: Sammy. Egli segue Caden ormai da diversi anni, con l’obiettivo di interiorizzare tutti i suoi atteggiamenti e i suoi modi di fare, per arrivare ad essere come lui. Di Sammy non ci viene rivelato nulla: è a tutti gli effetti l’alter ego di Caden, che infatti lo sceglie per interpretare la sua parte nell’opera che sta progettando. 


I suoi comportamenti sono spaventosamente simili a quelli di Caden, tanto che ad un certo punto i due intrattengono una conversazione sulla vita e il passato del nostro protagonista, e le due identità (anche se in realtà ci troviamo di fronte ad una sola identità, quella di Caden) arrivano a fondersi in un corpo unico, che parla e si esprime come tale. È Caden che parla con sé stesso.


La duplicità non si limita solo a Caden e Sammy, perché praticamente ogni personaggio ha un suo doppio che dovrà interpretarlo nell’opera. 


Questo elemento genera nello spettatore un frequente spaesamento e, per certi versi, il sentimento del perturbante, di cui parla Sigmund Freud nel suo omonimo saggio. 


Per il filosofo, il perturbante è quel sentimento che ci fa percepire una cosa come estranea e allo stesso tempo familiare. Esso è legato a qualcosa che viene rimosso dalla coscienza, ma che rimane nel piano inconscio ed alcune volte riemerge. Quando un elemento che la psiche ha rimosso, in qualche modo ritorna a galla, si genera il sentimento del perturbante. 

Una delle figure che, per Freud, genera il perturbante, è proprio quella del doppio. 


In “Synecdoche, New York”, oltre a Sammy, l’alter ego di Caden, c’è una duplicità ancora più perturbante: quella legata alla seconda moglie e alla seconda figlia del protagonista. Dopo l’abbandono, Caden prova un grande vuoto interiore, che, ad un certo punto, cerca di colmare con una nuova moglie, Claire, e una nuova figlia. Il problema è che Caden non tiene realmente a Claire e a malapena ricorda il nome della seconda figlia (sono continui i lapsus in cui lui la chiama con il nome della sua “vera” figlia, Olive). Si tratta quindi di un elemento, quello della famiglia, che prima viene rimosso in seguito all’abbandono, ma che poi riemerge nelle vesti di un doppio perturbante. 


Praticamente tutto in “Synecdoche, New York” è doppio. 

Questo, però, è strettamente legato al fatto che la vita di ognuno di noi non è altro che la copia, il doppio, appunto, della vita di ogni altro individuo. 

È questo il senso ultimo del film, e già il titolo ne è esplicativo. La sineddoche è la figura retorica che consiste nell’utilizzare, in senso figurato, un termine al posto di un altro, tramite l’ampliamento o la restrizione del senso di quel concetto. 


In questo film, la sineddoche di riferimento è quella della singola parte utilizzata per rappresentare il tutto; un concetto espresso in modo lampante nella meravigliosa scena finale. 


Un Caden ormai decrepito cammina per le strade artificiali di New York, riprodotte per il suo spettacolo mai andato in scena, in uno scenario quasi post-apocalittico, ascoltando una voce femminile tramite un auricolare. Il significato del film è racchiuso totalmente nelle parole pronunciate da questa voce. 


Quel futuro eccitante e misterioso che una volta si apriva davanti a te, ora è alle tue spalle. Vissuto, compreso. Deludente. Ti rendi conto che non sei speciale. Con fatica hai vissuto la tua vita e ora scivoli via da lei in silenzio. Questa è l'esperienza di tutti. Di ogni individuo. Le specificità non contano. Ognuno è tutti. Così tu sei Adele, Hazel, Claire, Olive.


Ecco il concetto della parte (il singolo individuo) per il tutto (l’umanità). Nessuna vita è speciale, perché siamo solo l’ennesima copia di qualcosa che c’è già stato. E non è un caso che le iniziali del protagonista Caden Cotard, CC, indichino anche la copia carbone: ogni vita è la copia carbone di miliardi di altre vite. 

Perché ognuno è tutti.

domenica 5 novembre 2023

Trepidazione

 La vita è una foglia che cade dalla cima più alta di un albero. Destinata inevitabilmente a toccare terra. Intrallazza sospinta da qualche sospiro di vento fuggevole. Ineluttabile segno di decadenza. Il nostro destino non è ancora scritto, ma il finale è lo stesso per tutti. Noi possiamo solo impegnarci per far sì che la nostra foglia cada il più tardi possibile, viviamo attaccati alla vita centimetro per centimetro finché come giusto e naturale che sia tocchiamo terra.

giovedì 2 novembre 2023

Di noi che sarà?

 

No, io non credo in Dio, io non scambierei la più misera delle vite con il più sfarzoso degli aldilà, sono troppo attaccato alla vita per credere in Dio, non sarò mai in grado di fremere per incontrarLo, neanche se la vita dovesse divenirmi insopportabile, perché sono profondamente convinto di non essere nulla senza le mie percezioni, le mie sensazioni e, conseguentemente, senza il mio corpo.

Allo stesso tempo, però, avverto Dio, pur non credendoci ci sono dei momenti in cui lo percepisco, in cui realizzo di non poter non pensare che Dio esista e che, al contrario di ciò che ormai credono in molti, si cura di noi, altrimenti non lo sentirei così vicino. Io credo nell’esistenza di Dio ma non credo IN Dio.

O meglio, forse, credo ma non ho fede, perché essere fedeli significa sacrificare tutto, persino se stessi, affidarsi indiscriminatamente a Dio per essere da Lui accolti. Io sono troppo attaccato alla vita per essere in grado di rinunciarvi deliberatamente.

In molti si interrogano sull’esistenza dell’aldilà ma nessuno, neanche la Bibbia, se si eccettua qualche cenno nell’ambito della speculazione escatologica, riflette sulle modalità in cui verrà condotta la vita ultraterrena, a patto che si creda che ve ne sia una.

Probabilmente l’uomo non è in grado di discernere a tal punto, ma una cosa è certa: anima e corpo si scinderanno e ciò non significa soltanto che non ci sarà possibile percepire, recepire e reagire agli stimoli esterni come siamo abituati a fare, ma anche che saremo impossibilitati a comunicare secondo i canoni e le modalità correnti.

Spesso a chi subisce un lutto viene prospettato un futuro ricongiungimento con il defunto nell’aldilà, ma, mi chiedo, che piacere si trae dalla compagnia di qualcuno con cui non è possibile interagire o, perlomeno, non come siamo abituati?

Benché proclami il mio attaccamento alla vita, sono comunque lungi dall’esserne appagato perché convivo con lo spettro costante della morte, pronto a tangere me ed i miei cari.

L’unico motivo per cui questa condizione mi è ancora sopportabile risiede nel fatto che sono ancora giovane e che, dunque, auspicabilmente, ho ancora molti anni da vivere.

Spesso noto, tra il curioso e l’ammirato, la serenità con cui molti anziani conducono la propria esistenza e provo ad intuire a cosa sia dovuta: se alla rassegnazione, ad una sorta di assuefazione, oppure ad un’idea della morte benevola e conciliante, oppure ancora se l’esperienza gli abbia insegnato qualcosa che a me, in questa fase della vita, sfugge.

Talvolta, inoltre, penso anche che, per quanto ora mi sembri fugace, la vita possa essere percepita, da chi l’ha vissuta tutta, come oltremodo lunga, tanto che si giunge ad un momento in cui si è appagati a tal punto da allentare la presa su di essa.

Probabilmente, le mie sono solo vane, effimere speranze, ma mi aiutano a non farmi sopraffare dalle mie stesse speculazioni, a non disperare al pensiero dell’avvenire.

Folgore

 Si torna sempre lì, a desiderare mondi che non ci sono più.  A interrogarci se davvero facciamo parte di ciò che ci circonda. Come sarebbe ...