Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

giovedì 30 novembre 2023

Noi, figli sani del patriarcato

Sin dalle prime ore dalla scomparsa di Giulia si è temuto il peggio, paventando il coinvolgimento fatale di Filippo. Ho trattato gli aggiornamenti che uscivano in quel periodo con il solito distacco che si riserva ai casi di cronaca, tipico di chi non è indifferente, ma è comunque consapevole di non poterci fare nulla, ché la malvagità è insita all’indole di certi esseri umani ed è, purtroppo, irreversibile. Nessun senso di colpa, una vaga consapevolezza della strutturalità del problema e quel minimo di partecipazione emotiva, necessario a non trascendere nell’apatia.

Con il passare dei giorni, la questione si infittiva, emergevano dei nuovi particolari e la tensione si accumulava, sino al ritrovamento del corpo. Il racconto della dinamica del femminicidio mi ha fatto rabbrividire, Giulia era una ragazza, una mia coetanea, poteva essere la mia compagna di banco o la mia amica di infanzia e lo stesso dicasi per Filippo, che l’ha uccisa brutalmente, pianificando tutto nei minimi dettagli, con sconcertante lucidità, tutto questo per cosa? Per amore? Per vendetta? Per gelosia? Per invidia? Non c’è nulla che possa giustificare anche solo il pensiero di esercitare una violenza sopraffattoria di questo tenore.

Non mi faccio problemi a dirlo, quando ho visto le foto di Giulia, così sorridente, così spensierata, ho pianto, ho odiato il suo assassino ma, ancora una volta, nessun senso di colpa, anzi, mi beavo di essere diverso, di non avere mai ucciso, violentato o molestato, verbalmente o fisicamente, una donna e come me tutti i miei amici e conoscenti, la maggioranza silenziosa dei puri e degli incorruttibili che soccombe placidamente innanzi alla violenza fragorosa degli sparuti bruti, le cui azioni continuano a compromettere la prospettiva di una convivenza serena tra uomini e donne, avulsa da ogni forma di diffidenza, rancore ed odio.

Quando poi ho letto le prime reazioni alla tragica notizia, la mia distaccata disperazione si è tramutata in un coinvolto risentimento, in partecipe irritazione, “è colpa di tutti gli uomini”, quante volte ho sentito questa frase, come se tutti gli uomini fossero uguali, come se tutti noi fossimo capaci, in una situazione di particolare sconforto, di soggiogare una donna con la violenza, come ha fatto Filippo. L’ho trovato irrispettoso anche nei confronti della vittima e della sua famiglia perché il carnefice è uno, ha una faccia, un nome ed un cognome ed è lui che, prima di fare qualsiasi altro ragionamento, va demonizzato, perché sennò si astrae il problema dalla sua sconcertante concretezza, gli si conferisce in primis una connotazione ideologica, che dev’essere sicuramente contemplata, ma non è una condizione necessaria, altrimenti tutti gli uomini dovrebbero uccidere, o comunque seviziare, le donne perché tutti gli uomini sono espressione di una mentalità patriarcale.

Il patriarcato è un problema enorme e va smantellato il prima possibile, anche con la violenza, se necessario, ma incolpare un’intera categoria perché parte integrante e, direi, costitutiva del sistema patriarcale non è giusto: io non ho scelto di nascere uomo e pretendo di essere giudicato per le mie azioni, non sono responsabile per gli abomini quotidianamente perpetrati dagli altri uomini.

Poi, tutt’a un tratto, riflettendo e discutendo con delle conoscenti, ho capito di essere visceralmente ed irrimediabilmente colpevole, al pari di Filippo e al pari di tutti i miei amici, nessuno escluso.

Sono colpevole perché non ho mai fatto nulla quando ascoltavo discorsi sessisti di qualsiasi tenore e, anzi, molto spesso ho ammiccato e sghignazzato, finendo addirittura per farli io stesso, per sentirmi parte di un gruppo, perché “tra maschi si fa così”. Ogni volta che ho compiaciuto i miei sodali, ogni volta che ho evitato di riprenderli per paura di essere escluso, ogni volta che ho riso di quelle frasi, che ai miei occhi erano innocenti battute, ho alimentato il flusso del patriarcato, ho contribuito a creare i presupposti per fermentare ulteriore violenza di genere, per rinsaldare i cardini di questa società sessista, per aver indirettamente indotto chi mi circonda a pensare che tutto ciò è legittimo, anzi, che è sano, che fa bene a controllare il cellulare della sua ragazza, che fa bene ad impedirle di uscire, che fa bene a minacciarla e a malmenarla se lei lo vuole lasciare, che fa bene a violentarla se la desidera, che fa bene ad ucciderla se la ama.

Sono colpevole perché nemmeno mi ricordo il momento in cui ho cominciato ad essere indifferente a fronte di certe dinamiche, il momento in cui ho smesso di ritenere, quantomeno intimamente, sbagliato ed immorale tutto ciò. No, non sono nato così, ma lo sono diventato troppo facilmente, troppo superficialmente.

Sono colpevole perché ho continuato fino alla fine, fino ai limiti dell’irragionevolezza, finché la realtà non me lo ha sbattuto veementemente in faccia, a negare di esserlo. Ho continuato ad illudermi di essere sano mentre calpestavo con noncuranza la dignità delle donne, ridendone con i miei amici, mentre mi prendevo beffe di tutte quelle esagitate che mi urlavano in faccia che colpevole lo ero anch’io, come tutti gli altri.

Sono colpevole e non merito di empatizzare, di solidarizzare con voi, ma, se voi sarete tanto clementi da permettermelo, bruceremo tutto assieme, al costo di finire arso io stesso.

Pretendo che la società del futuro faccia crollare il mondo in testa ai sani adepti del patriarcato, che, tronfi di presunzione, negano l’evidenza e continuano ad alimentare la cultura del maschilismo, ergendosi a vittime di uomini come loro, i quali non hanno fatto altro che esasperare le storture della mentalità di cui sono imbevuti.

No, gli uomini non sono vittime inconsapevoli della società in cui sono nati e, anzi, come le hanno dato i natali, possono contribuire a sovvertirla. E no, Giulia non è un asettico numero, non è una vittima inerme, non è un danno collaterale. Giulia arde, Giulia è rabbia, Giulia è disperazione, Giulia è furore, Giulia è rivoluzione.

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