Sin dalle prime ore dalla scomparsa di Giulia si è temuto il peggio, paventando il coinvolgimento fatale di Filippo. Ho trattato gli aggiornamenti che uscivano in quel periodo con il solito distacco che si riserva ai casi di cronaca, tipico di chi non è indifferente, ma è comunque consapevole di non poterci fare nulla, ché la malvagità è insita all’indole di certi esseri umani ed è, purtroppo, irreversibile. Nessun senso di colpa, una vaga consapevolezza della strutturalità del problema e quel minimo di partecipazione emotiva, necessario a non trascendere nell’apatia.
Con il passare dei giorni, la questione si infittiva,
emergevano dei nuovi particolari e la tensione si accumulava, sino al
ritrovamento del corpo. Il racconto della dinamica del femminicidio mi ha fatto
rabbrividire, Giulia era una ragazza, una mia coetanea, poteva essere la mia
compagna di banco o la mia amica di infanzia e lo stesso dicasi per Filippo,
che l’ha uccisa brutalmente, pianificando tutto nei minimi dettagli, con
sconcertante lucidità, tutto questo per cosa? Per amore? Per vendetta? Per
gelosia? Per invidia? Non c’è nulla che possa giustificare anche solo il
pensiero di esercitare una violenza sopraffattoria di questo tenore.
Non mi faccio problemi a dirlo, quando ho visto le foto di
Giulia, così sorridente, così spensierata, ho pianto, ho odiato il suo
assassino ma, ancora una volta, nessun senso di colpa, anzi, mi beavo di essere
diverso, di non avere mai ucciso, violentato o molestato, verbalmente o
fisicamente, una donna e come me tutti i miei amici e conoscenti, la
maggioranza silenziosa dei puri e degli incorruttibili che soccombe
placidamente innanzi alla violenza fragorosa degli sparuti bruti, le cui azioni
continuano a compromettere la prospettiva di una convivenza serena tra uomini e
donne, avulsa da ogni forma di diffidenza, rancore ed odio.
Quando poi ho letto le prime reazioni alla tragica notizia,
la mia distaccata disperazione si è tramutata in un coinvolto risentimento, in
partecipe irritazione, “è colpa di tutti gli uomini”, quante volte ho sentito
questa frase, come se tutti gli uomini fossero uguali, come se tutti noi
fossimo capaci, in una situazione di particolare sconforto, di soggiogare una
donna con la violenza, come ha fatto Filippo. L’ho trovato irrispettoso anche
nei confronti della vittima e della sua famiglia perché il carnefice è uno, ha
una faccia, un nome ed un cognome ed è lui che, prima di fare qualsiasi altro
ragionamento, va demonizzato, perché sennò si astrae il problema dalla sua sconcertante
concretezza, gli si conferisce in primis una connotazione ideologica, che
dev’essere sicuramente contemplata, ma non è una condizione necessaria,
altrimenti tutti gli uomini dovrebbero uccidere, o comunque seviziare, le donne
perché tutti gli uomini sono espressione di una mentalità patriarcale.
Il patriarcato è un problema enorme e va smantellato il
prima possibile, anche con la violenza, se necessario, ma incolpare un’intera
categoria perché parte integrante e, direi, costitutiva del sistema patriarcale
non è giusto: io non ho scelto di nascere uomo e pretendo di essere giudicato
per le mie azioni, non sono responsabile per gli abomini quotidianamente
perpetrati dagli altri uomini.
Poi, tutt’a un tratto, riflettendo e discutendo con delle
conoscenti, ho capito di essere visceralmente ed irrimediabilmente colpevole, al
pari di Filippo e al pari di tutti i miei amici, nessuno escluso.
Sono colpevole perché non ho mai fatto nulla quando
ascoltavo discorsi sessisti di qualsiasi tenore e, anzi, molto spesso ho
ammiccato e sghignazzato, finendo addirittura per farli io stesso, per sentirmi
parte di un gruppo, perché “tra maschi si fa così”. Ogni volta che ho
compiaciuto i miei sodali, ogni volta che ho evitato di riprenderli per paura
di essere escluso, ogni volta che ho riso di quelle frasi, che ai miei occhi erano
innocenti battute, ho alimentato il flusso del patriarcato, ho contribuito a
creare i presupposti per fermentare ulteriore violenza di genere, per
rinsaldare i cardini di questa società sessista, per aver indirettamente
indotto chi mi circonda a pensare che tutto ciò è legittimo, anzi, che è sano,
che fa bene a controllare il cellulare della sua ragazza, che fa bene ad
impedirle di uscire, che fa bene a minacciarla e a malmenarla se lei lo vuole
lasciare, che fa bene a violentarla se la desidera, che fa bene ad ucciderla se
la ama.
Sono colpevole perché nemmeno mi ricordo il momento in cui
ho cominciato ad essere indifferente a fronte di certe dinamiche, il momento in
cui ho smesso di ritenere, quantomeno intimamente, sbagliato ed immorale tutto
ciò. No, non sono nato così, ma lo sono diventato troppo facilmente, troppo
superficialmente.
Sono colpevole perché ho continuato fino alla fine, fino ai
limiti dell’irragionevolezza, finché la realtà non me lo ha sbattuto veementemente
in faccia, a negare di esserlo. Ho continuato ad illudermi di essere sano
mentre calpestavo con noncuranza la dignità delle donne, ridendone con i miei
amici, mentre mi prendevo beffe di tutte quelle esagitate che mi urlavano in
faccia che colpevole lo ero anch’io, come tutti gli altri.
Sono colpevole e non merito di empatizzare, di solidarizzare
con voi, ma, se voi sarete tanto clementi da permettermelo, bruceremo tutto
assieme, al costo di finire arso io stesso.
Pretendo che la società del futuro faccia crollare il mondo
in testa ai sani adepti del patriarcato, che, tronfi di presunzione, negano l’evidenza
e continuano ad alimentare la cultura del maschilismo, ergendosi a vittime di
uomini come loro, i quali non hanno fatto altro che esasperare le storture della
mentalità di cui sono imbevuti.
No, gli uomini non sono vittime inconsapevoli della società
in cui sono nati e, anzi, come le hanno dato i natali, possono contribuire a
sovvertirla. E no, Giulia non è un asettico numero, non è una vittima inerme,
non è un danno collaterale. Giulia arde, Giulia è rabbia, Giulia è
disperazione, Giulia è furore, Giulia è rivoluzione.
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