Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

giovedì 28 settembre 2023

Riscoprire l'umanità


Con la pubblicazione di questo breve post si completa il trittico a sfondo esistenziale che ha segnato la genesi del blog, prometto che dalla prossima settimana passeremo ad altro! L’obiettivo finale di tutti e tre questi testi è sussunto nella ricerca del senso della vita. In questo breve saggio asserisco che la vita ha un senso laddove sia una vita felice e perché si consegua la felicità è indispensabile costruire legami affettivi profondi e sinceri. Spero possiate trovarlo interessante!

 

 

L’ambizione fonda la gran parte dei legami e muove l’essere umano; l’uomo desidera ardentemente qualcosa ed è insoddisfatto finché non consegue il suo obiettivo. 

 

Tuttavia, se si perviene ad una prospettiva più ampia e generalizzante della società, non si può non ricorrere alla relativizzazione di ogni risultato conseguito in vita, perché effimera è la vita stessa, innanzi alla morte. 

 

La morte è un’irreversibile livella, di fronte alla quale chiunque è impotente, a prescindere dalla propria condizione sociale e dai propri (in)successi. 

 

Vivere in funzione di ciò che si desidera per sé è, credo, straniante ed avvilente perché induce l’essere umano ad anteporre le sue esigenze e le sue aspirazioni a tutto il resto, inclusi i suoi legami ed i suoi valori morali.

 

In ogni caso, chiunque, presto o tardi (molti lo comprendono soltanto sul letto di morte), si renderà conto che l’unica ambizione degna di essere contemplata è il desiderio di vivere una vita felice e pregna di significato in sé. 

 

L’ambizione materiale non è altro che il riflesso immediato di quest’ultimo desiderio: si crede, infatti, che assurgendo a ruoli rilevanti nei ranghi della società si sarà in grado di incidere, di lasciare un segno tangibile nella comunità, che sopravviva persino alla morte.

 

Queste convinzioni sono visceralmente fallaci e fuorvianti perché, se è vero che le figure di spicco, in qualsiasi ambito esse abbiano operato, lasceranno un’eredità tangibile, è altresì vero che quest’eredità sarà neutra, asettica e spersonalizzata, essendo plasmata sulle opere, sui pensieri, sui successi e soprattutto sulla posizione ricoperta da questi soggetti, anziché sulle loro attitudini, o sulla loro personalità. 

 

Soltanto le connessioni, i legami e gli affetti coriacei verranno segnati in perpetuo dalla nostra esistenza, nel senso più viscerale ed intimo del termine, e ciò accadrà a patto che, anziché vivere per noi stessi, per le nostre pulsioni e aspirazioni, viviamo per gli altri, preponendo a tutto il resto il desiderio di arricchire i nostri cari. È esclusivamente in questo modo che potremo lasciare un segno senziente e tangibile, intriso della nostra essenza.

 

In conclusione, la felicità non può essere raggiunta in un contesto di aridità di affetti e di legami superficiali perché, per essere lieti, necessitiamo della condivisione, del confronto, del dialogo con l’altro, che non si limiti al tentativo di accrescere il nostro spessore culturale, morale o valoriale, ma che altresì sussuma nei propri intenti il desiderio di arricchire, di sublimare, gli orizzonti altrui, agendo in ottica comunitaria.

giovedì 21 settembre 2023

Intelletto e volontà: una contraddizione endemica per una condizione cronica

In questo momento, sono particolarmente abbattuto. Non è una novità, mi capita spesso, anche se la frequenza non è tale da lasciar pensare ad una condizione perenne ed inscalfibile. I motivi? Magari qualche ragione estemporanea ed incidentale c’è, ma, per quanto rilevante, non è certo la determinante ultima di questo stato d’animo.

È un qualcosa di più profondo, di intangibile, di ineluttabile. La verità è che, anche se potessi far qualcosa, non ho intenzione di fronteggiare questa patina di inquietudine che, a fasi alterne, tormenta la mia esistenza, perché farlo non produrrebbe altro che un’intensificazione del mio struggimento.

Per molto tempo mi sono interrogato sulle ragioni intime di questo malessere e ho compreso che trattasi di una reazione, in ultima analisi, alla consolidata consapevolezza dell’endemica impotenza dell’essere umano di fronte alla morte, che è, anzitutto, fautrice della privazione del proprio corpo, delle proprie sensazioni, intese, in senso letterale, come stati di coscienza veicolati dai propri sensi.

Insomma, la morte, nella mia visione, non pone fine tanto alla nostra esistenza, quanto piuttosto alla nostra essenza, alla nostra identità: noi siamo corpo, siamo spirito, siamo emozioni, siamo, in ultima istanza, vita.

Da qui scaturisce la mia arrendevolezza: che senso ha impegnarsi per migliorare la propria esistenza se questa, presto o tardi, verrà inesorabilmente cancellata? Molti sono felici quando riscuotono successo, quando amano e quando sono amati, quando hanno una vita sociale florida e soddisfacente. Io sarò definitivamente felice quando accetterò la morte (se mai lo farò) e, perché ci riesca, non posso essere felice: non posso costruire qualcosa di stabile, di bello, di gratificante, perché più acuto sarà il patimento quando giungerà l’ora dell’addio. La felicità terrena, l’aspirazione di tutti noi, è enormemente effimera, se parametrata alla sconfinatezza, all’incommensurabilità del nulla.

Tuttavia, sono prima di tutto un essere umano (forse troppo umano) e, in quanto tale, sono mosso dalla passione, dal desiderio, dall’aspirazione, a tal punto da contraddire le mie stesse convinzioni. La ricerca del proprio benessere, della propria felicità è intrinseca alla natura umana ed è irreprimibile.

Non è possibile obnubilare le conclusioni cui porta il proprio intelletto, ma, allo stesso tempo, è inattuabile astenersi dalla ricezione e dalla conseguente reazione agli stimoli connaturati alla vita, all’esistenza. Trattasi di un dilemma da accettare, pur con le sue lapalissiane contraddizioni, cui non bisogna sforzarsi di trovare una soluzione.

Ciononostante, si ha la possibilità, a mio avviso, di smussare questo dilemma, di rendere le suddette contraddizioni meno invise alla propria ragione e alla propria coscienza: la chiave per farlo è, credo, riconducibile all’interazione con il prossimo: per quanto diversi possiamo essere, siamo tutti esseri umani, siamo accomunati dallo stesso destino e, in termini generali, dalle stesse emozioni.

Prendendo le mosse da ciò, dobbiamo vivere negli altri e permettere agli altri di vivere in noi: soltanto in questa maniera, saremo in grado di alleggerire la portata gravosa del Dilemma, perché comprenderemo che, per quanto limitata ed effimera, la nostra felicità è anche quella altrui e la felicità altrui è anche la nostra.

Noi non bastiamo per noi stessi, né tantomeno bastiamo A noi stessi. Una vita vissuta per se stessi non ha significato IN se stessa perché il singolo non è avulso, scindibile, dal tutto.

Questo concetto è, a mio modo di vedere, applicabile non solo alla sfera esistenziale, ma anche a quella intellettiva: il desiderio di migliorarsi, di sviluppare le proprie capacità, è intrinseco alla natura umana, ma, perché si registri un effettivo progresso, è essenziale pensare in prima istanza ad arricchire gli altri, prima ancora di arricchire se stessi, perché solamente prendendo le mosse da un contesto funzionale è possibile valorizzarsi.

Inoltre, perché si consegua un effettivo miglioramento, è necessario ascoltare, aprirsi totalmente all’essenza dell’altro, pur senza inibire la propria, dato che possiamo apprendere e, allo stesso tempo insegnare, qualcosa a chiunque. Questa comunione, tanto coriacea quanto sincera, potrebbe, non dico salvarci, ma quantomeno sgravarci da una condizione intrinsecamente avvilente.

La causa principale dell’imperante desolazione attuale è proprio, a mio avviso, la perdita di contatto con la pregnanza del concetto, a livello macroscopico, di comunità, di gruppo, e, a livello microscopico, di rapporto, di legame.

La presenza dell’altro nella propria vita è ormai quasi univocamente vista in termini utilitaristici, come mezzo per raggiungere i propri obiettivi, per sentirsi meno soli, più apprezzati e via dicendo. Questa concezione è frutto dell’egoismo endemico, dilagante nella nostra società, che conduce inevitabilmente alla più effimera, alla più artefatta forma di felicità.

giovedì 14 settembre 2023

Fragilità coriacee


Ho scelto di inaugurare il blog con questo post, il cui intento è quello di esporre i miei timori e le mie angosce, anche e soprattutto in relazione a questo progetto. Credo infatti che rendere edotti i lettori di queste fragilità, mediante una comunicazione limpida e diretta, prevenga la proliferazione di ambiguità e fraintendimenti in futuro e rinsaldi, di conseguenza, le giunture essenziali di quest’iniziativa. 


Ogni estate, da qualche anno a questa parte, porta con sé gli stessi dubbi, le stesse incertezze, le stesse dinamiche.

L’estate, dunque l’ “otium”, ovverosia la sospensione delle attività abituali svolte durante il resto dell’anno, lascia il tempo necessario per riflettere ed inevitabilmente si finisce per pensare alla propria condizione attuale, si rimugina sulle scelte del passato e ci si interroga su quelle future.

La sovrapposizione di questi piani temporali genera uno strascico univoco, riconducibile ad un incolmabile senso di incompiutezza.

Penso sia questa la sorte degli insicuri, che certo non lesinano di spirito di intraprendenza, ma che, ogniqualvolta mettano in pratica le loro idee, vengono assaliti dal fatale spettro dell’incertezza. Ma qual è la fonte generatrice di questa condizione? Credo sia la costante e smodata attenzione verso il giudizio altrui, il timore di deludere, di non piacere, o, meglio, di non stupire, di non riuscire a lasciare il segno, di essere dimenticati.

La principale conseguenza di questo stato d’animo endemico è l’incostanza, che scaturisce dal timore di produrre qualcosa di irrilevante per i propri interlocutori.

L’incostanza implica naturalmente l’abbandono di ogni forma di velleità, di qualsiasi tenore esse siano, e dunque, ancora, l’ineluttabile condizione di insoddisfazione e di incompiutezza cui facevo riferimento in precedenza, che invera “ex novo” il processo di cui sopra.

La forza motrice di questo ciclo condanna a questa condizione avvilente ma, al tempo stesso, fornisce un’eterea speranza: trattasi dell’irriducibile tensione verso la grandezza, la quale, anziché inverarsi in sé, necessita spasmodicamente del riconoscimento altrui.

Quando questa forza si esaurirà, l’inerzia e l’indolenza trionferanno irreversibilmente, inibendo ogni forma di speranza e di delusione.





Folgore

 Si torna sempre lì, a desiderare mondi che non ci sono più.  A interrogarci se davvero facciamo parte di ciò che ci circonda. Come sarebbe ...