Ho scelto di inaugurare il blog con questo post, il cui intento è quello di esporre i miei timori e le mie angosce, anche e soprattutto in relazione a questo progetto. Credo infatti che rendere edotti i lettori di queste fragilità, mediante una comunicazione limpida e diretta, prevenga la proliferazione di ambiguità e fraintendimenti in futuro e rinsaldi, di conseguenza, le giunture essenziali di quest’iniziativa.
Ogni estate, da qualche anno a
questa parte, porta con sé gli stessi dubbi, le stesse incertezze, le stesse
dinamiche.
L’estate, dunque l’ “otium”, ovverosia la sospensione delle attività abituali svolte durante il resto dell’anno, lascia il tempo necessario per riflettere ed inevitabilmente si finisce per pensare alla propria condizione attuale, si rimugina sulle scelte del passato e ci si interroga su quelle future.
La sovrapposizione di questi piani temporali genera uno strascico univoco, riconducibile ad un incolmabile senso di incompiutezza.
Penso sia questa la sorte degli insicuri, che certo non lesinano di spirito di intraprendenza, ma che, ogniqualvolta mettano in pratica le loro idee, vengono assaliti dal fatale spettro dell’incertezza. Ma qual è la fonte generatrice di questa condizione? Credo sia la costante e smodata attenzione verso il giudizio altrui, il timore di deludere, di non piacere, o, meglio, di non stupire, di non riuscire a lasciare il segno, di essere dimenticati.
La principale conseguenza di questo stato d’animo endemico è l’incostanza, che scaturisce dal timore di produrre qualcosa di irrilevante per i propri interlocutori.
L’incostanza implica naturalmente l’abbandono di ogni forma di velleità, di qualsiasi tenore esse siano, e dunque, ancora, l’ineluttabile condizione di insoddisfazione e di incompiutezza cui facevo riferimento in precedenza, che invera “ex novo” il processo di cui sopra.
La forza motrice di questo ciclo condanna a questa condizione avvilente ma, al tempo stesso, fornisce un’eterea speranza: trattasi dell’irriducibile tensione verso la grandezza, la quale, anziché inverarsi in sé, necessita spasmodicamente del riconoscimento altrui.
L’estate, dunque l’ “otium”, ovverosia la sospensione delle attività abituali svolte durante il resto dell’anno, lascia il tempo necessario per riflettere ed inevitabilmente si finisce per pensare alla propria condizione attuale, si rimugina sulle scelte del passato e ci si interroga su quelle future.
La sovrapposizione di questi piani temporali genera uno strascico univoco, riconducibile ad un incolmabile senso di incompiutezza.
Penso sia questa la sorte degli insicuri, che certo non lesinano di spirito di intraprendenza, ma che, ogniqualvolta mettano in pratica le loro idee, vengono assaliti dal fatale spettro dell’incertezza. Ma qual è la fonte generatrice di questa condizione? Credo sia la costante e smodata attenzione verso il giudizio altrui, il timore di deludere, di non piacere, o, meglio, di non stupire, di non riuscire a lasciare il segno, di essere dimenticati.
La principale conseguenza di questo stato d’animo endemico è l’incostanza, che scaturisce dal timore di produrre qualcosa di irrilevante per i propri interlocutori.
L’incostanza implica naturalmente l’abbandono di ogni forma di velleità, di qualsiasi tenore esse siano, e dunque, ancora, l’ineluttabile condizione di insoddisfazione e di incompiutezza cui facevo riferimento in precedenza, che invera “ex novo” il processo di cui sopra.
La forza motrice di questo ciclo condanna a questa condizione avvilente ma, al tempo stesso, fornisce un’eterea speranza: trattasi dell’irriducibile tensione verso la grandezza, la quale, anziché inverarsi in sé, necessita spasmodicamente del riconoscimento altrui.
Quando questa forza si esaurirà,
l’inerzia e l’indolenza trionferanno irreversibilmente, inibendo ogni forma di
speranza e di delusione.
Nessun commento:
Posta un commento