Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

giovedì 21 settembre 2023

Intelletto e volontà: una contraddizione endemica per una condizione cronica

In questo momento, sono particolarmente abbattuto. Non è una novità, mi capita spesso, anche se la frequenza non è tale da lasciar pensare ad una condizione perenne ed inscalfibile. I motivi? Magari qualche ragione estemporanea ed incidentale c’è, ma, per quanto rilevante, non è certo la determinante ultima di questo stato d’animo.

È un qualcosa di più profondo, di intangibile, di ineluttabile. La verità è che, anche se potessi far qualcosa, non ho intenzione di fronteggiare questa patina di inquietudine che, a fasi alterne, tormenta la mia esistenza, perché farlo non produrrebbe altro che un’intensificazione del mio struggimento.

Per molto tempo mi sono interrogato sulle ragioni intime di questo malessere e ho compreso che trattasi di una reazione, in ultima analisi, alla consolidata consapevolezza dell’endemica impotenza dell’essere umano di fronte alla morte, che è, anzitutto, fautrice della privazione del proprio corpo, delle proprie sensazioni, intese, in senso letterale, come stati di coscienza veicolati dai propri sensi.

Insomma, la morte, nella mia visione, non pone fine tanto alla nostra esistenza, quanto piuttosto alla nostra essenza, alla nostra identità: noi siamo corpo, siamo spirito, siamo emozioni, siamo, in ultima istanza, vita.

Da qui scaturisce la mia arrendevolezza: che senso ha impegnarsi per migliorare la propria esistenza se questa, presto o tardi, verrà inesorabilmente cancellata? Molti sono felici quando riscuotono successo, quando amano e quando sono amati, quando hanno una vita sociale florida e soddisfacente. Io sarò definitivamente felice quando accetterò la morte (se mai lo farò) e, perché ci riesca, non posso essere felice: non posso costruire qualcosa di stabile, di bello, di gratificante, perché più acuto sarà il patimento quando giungerà l’ora dell’addio. La felicità terrena, l’aspirazione di tutti noi, è enormemente effimera, se parametrata alla sconfinatezza, all’incommensurabilità del nulla.

Tuttavia, sono prima di tutto un essere umano (forse troppo umano) e, in quanto tale, sono mosso dalla passione, dal desiderio, dall’aspirazione, a tal punto da contraddire le mie stesse convinzioni. La ricerca del proprio benessere, della propria felicità è intrinseca alla natura umana ed è irreprimibile.

Non è possibile obnubilare le conclusioni cui porta il proprio intelletto, ma, allo stesso tempo, è inattuabile astenersi dalla ricezione e dalla conseguente reazione agli stimoli connaturati alla vita, all’esistenza. Trattasi di un dilemma da accettare, pur con le sue lapalissiane contraddizioni, cui non bisogna sforzarsi di trovare una soluzione.

Ciononostante, si ha la possibilità, a mio avviso, di smussare questo dilemma, di rendere le suddette contraddizioni meno invise alla propria ragione e alla propria coscienza: la chiave per farlo è, credo, riconducibile all’interazione con il prossimo: per quanto diversi possiamo essere, siamo tutti esseri umani, siamo accomunati dallo stesso destino e, in termini generali, dalle stesse emozioni.

Prendendo le mosse da ciò, dobbiamo vivere negli altri e permettere agli altri di vivere in noi: soltanto in questa maniera, saremo in grado di alleggerire la portata gravosa del Dilemma, perché comprenderemo che, per quanto limitata ed effimera, la nostra felicità è anche quella altrui e la felicità altrui è anche la nostra.

Noi non bastiamo per noi stessi, né tantomeno bastiamo A noi stessi. Una vita vissuta per se stessi non ha significato IN se stessa perché il singolo non è avulso, scindibile, dal tutto.

Questo concetto è, a mio modo di vedere, applicabile non solo alla sfera esistenziale, ma anche a quella intellettiva: il desiderio di migliorarsi, di sviluppare le proprie capacità, è intrinseco alla natura umana, ma, perché si registri un effettivo progresso, è essenziale pensare in prima istanza ad arricchire gli altri, prima ancora di arricchire se stessi, perché solamente prendendo le mosse da un contesto funzionale è possibile valorizzarsi.

Inoltre, perché si consegua un effettivo miglioramento, è necessario ascoltare, aprirsi totalmente all’essenza dell’altro, pur senza inibire la propria, dato che possiamo apprendere e, allo stesso tempo insegnare, qualcosa a chiunque. Questa comunione, tanto coriacea quanto sincera, potrebbe, non dico salvarci, ma quantomeno sgravarci da una condizione intrinsecamente avvilente.

La causa principale dell’imperante desolazione attuale è proprio, a mio avviso, la perdita di contatto con la pregnanza del concetto, a livello macroscopico, di comunità, di gruppo, e, a livello microscopico, di rapporto, di legame.

La presenza dell’altro nella propria vita è ormai quasi univocamente vista in termini utilitaristici, come mezzo per raggiungere i propri obiettivi, per sentirsi meno soli, più apprezzati e via dicendo. Questa concezione è frutto dell’egoismo endemico, dilagante nella nostra società, che conduce inevitabilmente alla più effimera, alla più artefatta forma di felicità.

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