In questo momento, sono particolarmente abbattuto. Non è una novità, mi capita spesso, anche se la frequenza non è tale da lasciar pensare ad una condizione perenne ed inscalfibile. I motivi? Magari qualche ragione estemporanea ed incidentale c’è, ma, per quanto rilevante, non è certo la determinante ultima di questo stato d’animo.
È un qualcosa di più profondo, di intangibile, di
ineluttabile. La verità è che, anche se potessi far qualcosa, non ho intenzione
di fronteggiare questa patina di inquietudine che, a fasi alterne, tormenta la
mia esistenza, perché farlo non produrrebbe altro che un’intensificazione del
mio struggimento.
Per molto tempo mi sono interrogato sulle ragioni intime di
questo malessere e ho compreso che trattasi di una reazione, in ultima analisi,
alla consolidata consapevolezza dell’endemica impotenza dell’essere umano di
fronte alla morte, che è, anzitutto, fautrice della privazione del proprio
corpo, delle proprie sensazioni, intese, in senso letterale, come stati di
coscienza veicolati dai propri sensi.
Insomma, la morte, nella mia visione, non pone fine tanto
alla nostra esistenza, quanto piuttosto alla nostra essenza, alla nostra
identità: noi siamo corpo, siamo spirito, siamo emozioni, siamo, in ultima
istanza, vita.
Da qui scaturisce la mia arrendevolezza: che senso ha
impegnarsi per migliorare la propria esistenza se questa, presto o tardi, verrà
inesorabilmente cancellata? Molti sono felici quando riscuotono successo,
quando amano e quando sono amati, quando hanno una vita sociale florida e
soddisfacente. Io sarò definitivamente felice quando accetterò la morte (se mai
lo farò) e, perché ci riesca, non posso essere felice: non posso costruire
qualcosa di stabile, di bello, di gratificante, perché più acuto sarà il
patimento quando giungerà l’ora dell’addio. La felicità terrena, l’aspirazione
di tutti noi, è enormemente effimera, se parametrata alla sconfinatezza, all’incommensurabilità
del nulla.
Tuttavia, sono prima di tutto un essere umano (forse troppo umano) e, in quanto tale, sono mosso dalla passione, dal desiderio, dall’aspirazione,
a tal punto da contraddire le mie stesse convinzioni. La ricerca del proprio
benessere, della propria felicità è intrinseca alla natura umana ed è irreprimibile.
Non è possibile obnubilare le conclusioni cui porta il
proprio intelletto, ma, allo stesso tempo, è inattuabile astenersi dalla ricezione
e dalla conseguente reazione agli stimoli connaturati alla vita, all’esistenza.
Trattasi di un dilemma da accettare, pur con le sue lapalissiane
contraddizioni, cui non bisogna sforzarsi di trovare una soluzione.
Ciononostante, si ha la possibilità, a mio avviso, di
smussare questo dilemma, di rendere le suddette contraddizioni meno invise alla
propria ragione e alla propria coscienza: la chiave per farlo è, credo, riconducibile
all’interazione con il prossimo: per quanto diversi possiamo essere, siamo
tutti esseri umani, siamo accomunati dallo stesso destino e, in termini
generali, dalle stesse emozioni.
Prendendo le mosse da ciò, dobbiamo vivere negli altri e
permettere agli altri di vivere in noi: soltanto in questa maniera, saremo in
grado di alleggerire la portata gravosa del Dilemma, perché comprenderemo che,
per quanto limitata ed effimera, la nostra felicità è anche quella altrui e la
felicità altrui è anche la nostra.
Noi non bastiamo per noi stessi, né tantomeno bastiamo A noi
stessi. Una vita vissuta per se stessi non ha significato IN se stessa perché il
singolo non è avulso, scindibile, dal tutto.
Questo concetto è, a mio modo di vedere, applicabile non
solo alla sfera esistenziale, ma anche a quella intellettiva: il desiderio di
migliorarsi, di sviluppare le proprie capacità, è intrinseco alla natura umana,
ma, perché si registri un effettivo progresso, è essenziale pensare in prima
istanza ad arricchire gli altri, prima ancora di arricchire se stessi, perché solamente
prendendo le mosse da un contesto funzionale è possibile valorizzarsi.
Inoltre, perché si consegua un effettivo miglioramento, è
necessario ascoltare, aprirsi totalmente all’essenza dell’altro, pur senza
inibire la propria, dato che possiamo apprendere e, allo stesso tempo insegnare,
qualcosa a chiunque. Questa comunione, tanto coriacea quanto sincera, potrebbe,
non dico salvarci, ma quantomeno sgravarci da una condizione intrinsecamente
avvilente.
La causa principale dell’imperante desolazione attuale è
proprio, a mio avviso, la perdita di contatto con la pregnanza del concetto, a
livello macroscopico, di comunità, di gruppo, e, a livello microscopico, di
rapporto, di legame.
La presenza dell’altro nella propria vita è ormai quasi
univocamente vista in termini utilitaristici, come mezzo per raggiungere i
propri obiettivi, per sentirsi meno soli, più apprezzati e via dicendo. Questa
concezione è frutto dell’egoismo endemico, dilagante nella nostra società, che conduce
inevitabilmente alla più effimera, alla più artefatta forma di felicità.
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