No, io non credo in Dio, io non scambierei la più misera delle
vite con il più sfarzoso degli aldilà, sono troppo attaccato alla vita per
credere in Dio, non sarò mai in grado di fremere per incontrarLo, neanche se la
vita dovesse divenirmi insopportabile, perché sono profondamente convinto di
non essere nulla senza le mie percezioni, le mie sensazioni e,
conseguentemente, senza il mio corpo.
Allo stesso tempo, però, avverto Dio, pur non credendoci ci sono
dei momenti in cui lo percepisco, in cui realizzo di non poter non pensare che
Dio esista e che, al contrario di ciò che ormai credono in molti, si cura di
noi, altrimenti non lo sentirei così vicino. Io credo nell’esistenza di Dio ma
non credo IN Dio.
O meglio, forse, credo ma non ho fede, perché essere fedeli
significa sacrificare tutto, persino se stessi, affidarsi indiscriminatamente a
Dio per essere da Lui accolti. Io sono troppo attaccato alla vita per essere in
grado di rinunciarvi deliberatamente.
In molti si interrogano sull’esistenza dell’aldilà ma nessuno,
neanche la Bibbia, se si eccettua qualche cenno nell’ambito della speculazione
escatologica, riflette sulle modalità in cui verrà condotta la vita
ultraterrena, a patto che si creda che ve ne sia una.
Probabilmente l’uomo non è in grado di discernere a tal punto,
ma una cosa è certa: anima e corpo si scinderanno e ciò non significa soltanto
che non ci sarà possibile percepire, recepire e reagire agli stimoli esterni
come siamo abituati a fare, ma anche che saremo impossibilitati a comunicare
secondo i canoni e le modalità correnti.
Spesso a chi subisce un lutto viene prospettato un futuro
ricongiungimento con il defunto nell’aldilà, ma, mi chiedo, che piacere si trae
dalla compagnia di qualcuno con cui non è possibile interagire o, perlomeno,
non come siamo abituati?
Benché proclami il mio attaccamento alla vita, sono comunque
lungi dall’esserne appagato perché convivo con lo spettro costante della morte,
pronto a tangere me ed i miei cari.
L’unico motivo per cui questa condizione mi è ancora
sopportabile risiede nel fatto che sono ancora giovane e che, dunque,
auspicabilmente, ho ancora molti anni da vivere.
Spesso noto, tra il curioso e l’ammirato, la serenità con cui
molti anziani conducono la propria esistenza e provo ad intuire a cosa sia
dovuta: se alla rassegnazione, ad una sorta di assuefazione, oppure ad un’idea
della morte benevola e conciliante, oppure ancora se l’esperienza gli abbia
insegnato qualcosa che a me, in questa fase della vita, sfugge.
Talvolta, inoltre, penso anche che, per quanto ora mi sembri
fugace, la vita possa essere percepita, da chi l’ha vissuta tutta, come
oltremodo lunga, tanto che si giunge ad un momento in cui si è appagati a tal
punto da allentare la presa su di essa.
Probabilmente, le mie sono solo vane, effimere speranze, ma mi
aiutano a non farmi sopraffare dalle mie stesse speculazioni, a non disperare
al pensiero dell’avvenire.
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