Nella storia si è ampiamente dibattuto sul rapporto, in
ambito letterario, dialettico e filosofico, tra il piano della forma e quello
della sostanza; sono state espresse e vagliate le opinioni più disparate a
proposito, cui sono sussunti anche gli estremi della questione: da una parte, c’è
chi ha fatto della forma il proprio vessillo, la propria peculiarità, tanto da
aborrire ogni velleità contenutistica, dall’altra non sono mancati coloro che la
forma l’hanno deliberatamente violata, lesa, vituperata per esaltare la
pregnanza del contenuto. Oggigiorno sono in molti a credere che la forma,
l’involucro, la cornice di un qualsiasi ragionamento sia puramente ornamentale,
superflua, pleonastica e che, anzi, una forma particolarmente curata ed
articolata risulti piuttosto artefatta ed innaturale, finendo per lordare il
tenore del contenuto.
Ora, lungi da me pormi come un culture della forma, anche
perché non sarei in grado di esserlo, ma credo che il modo in cui si veicolano
i propri pensieri, le parole che si selezionano, l’ordine in cui le si pone, le
sfumature che le si conferiscono, trascendano il mero vezzo stilistico e aprano
nuovi orizzonti, nuove accezioni atte a declinare la sostanza.
Non nego che un contenuto di spessore sia, a prescindere dalla
forma in cui lo si veicola, indice di una spiccata sensibilità, la quale, però,
a mio avviso, non è una qualità che ha valore in sé, in senso assoluto. Credo
che la discordanza nelle accezioni conferite al rapporto tra forma e sostanza
sia, in ultima analisi, riconducibile a questo fattore: per molti la
sensibilità si completa, si estrinseca in sé; a mio avviso, invece, pur
trattandosi di un elemento fondamentale, è necessario che venga incanalata
tramite la cura della forma, che convoglia, definisce e sublima la sostanza.
Ritengo che una forma asciutta, spoglia, scarna, non renda
onore a qualsiasi sorta di contenuto, specie se di rimarcabile spessore, perché
palesa l’assenza di profondità espressiva e quindi una penuria di interesse nei
riguardi del discorso stesso, dei concetti trattati. Al contrario, tuttavia, è
necessario anche guardarsi dal ricorrere al misero tentativo di celare un’effettiva
carenza di contenuti con una forma eccessivamente imbellettata, perché si
finisce per denunciare non soltanto una mancanza di profondità analitica, ma
anche una snervante tediosità.
La lingua italiana mette a disposizione del locutore
un’immensa varietà di vocaboli, di espressioni cui ricorrere e, astenersi dal farlo
è, a mio avviso, delittuoso perché palesa la perdita di aderenza con una
tradizione, con un bagaglio culturale, che sia scritto, orale o aurale,
tramandato di generazione in generazione.
Credo che tutti noi dovremmo sentire il dovere morale di far
nostra questa eredità e di trasmetterla ai posteri, profondendo ogni sforzo
possibile per risultarne all’altezza ed evitando di farci assuefare
dall’ammaliante tentazione costituita dalla semplicità smodata, acritica, senza
filtri, veicolata prevalentemente dai social, che passa per la demolizione e,
direi anche, la demonizzazione di ogni forma di complessità e che colpisce in
maniera più evidente il nostro linguaggio e, surrettiziamente, più in
profondità, anche la nostra forma mentis, il nostro modus pensandi.
Abbiamo l’immensa fortuna di poter contare su piattaforme
virtuali che immagazzinano miriadi di contenuti, di pensieri, di qualsiasi
sorta e in qualsiasi lingua, e ne conservano traccia, ma, allo stesso tempo,
proprio perché siamo oggetto, anzi, bersaglio, di nuovi stimoli in
continuazione, la nostra memoria diviene tanto corta da esserne assorbiti, da perdere
contatto con la pregnanza del ragionamento, della complessità, della
speculazione, che, permettetemi di sottolinearlo, è parte integrante della
cultura italiana, basti pensare alla nostra storia e alle personalità cui il
nostro paese ha dato i natali.
Al giorno d’oggi, denoto una sconsiderata e deliberata trasandatezza,
tanto nella forma quanto nel contenuto, veicolata e, direi, propagandata, in
particolar modo dalle nuove forme di comunicazione virtuali. Questo aspetto è
profondamente critico e presenta risvolti potenzialmente catastrofici che non
si esauriscono in sé ma, anzi, contemplano implicazioni ancor più radicate, legate all’intero contesto sociale attuale.
Abbiamo perso ogni velleità, ogni attitudine, alla
complessità. Il tenore a tratti demenziale degli stimoli cui siamo sottoposti
plasma i nostri interessi e le nostre vocazioni, finché non siamo noi stessi a
ricercare quel tipo di comunicazione, fornendo ulteriori ragioni a chi crea
questi contenuti per continuare a sottoporceli e per tentare, se possibile, di
renderli ancor più scarni, più superficiali.
Questa spirale, alimentata in un primo momento dalle esigenze del mercato, i
cui fili sono tirati dalla classe dominante, e successivamente dalla nostra
stessa volontà, ha un unico Leitmotiv: la tendenza alla semplificazione, cui
non sono immuni neanche aspetti che semplici, per natura, non possono essere.
Con questo non voglio negare l’importanza, in taluni
contesti, della sintesi, ma questa deve essere in ogni caso a suo modo
articolata e comunque non può costituire la normalità, la prassi, l’unica
alternativa.
L’essere umano è per sua natura complesso, come complessi
sono i suoi sentimenti, la sua ragione, gli stimoli di cui necessita, le sue
aspirazioni, le sue visioni. Trovo avvilente il tentativo di ridurlo ad una
mera caricatura di se stesso, della sua natura, della sua indole.
Ma d’altronde, credo vi sia una comprovata tendenza verso
questa direzione, cui è particolarmente difficile sfuggire: quando si tenta di
articolare discorsi o analisi con i propri amici o familiari, si nota subito
come ne vengano annoiati, come si distraggano facilmente; quando si prova ad
esprimere, innanzi ad un pubblico eterogeneo, concetti strutturati, ragionamenti
articolati, si raccoglie quasi esclusivamente disinteresse e questi tendono ad
essere dimenticati molto in fretta. Risulta assai intrigante l’alternativa più
semplice, la possibilità di abbandonare ogni velleità di complessità per poter
costruire il proprio successo più facilmente in ogni ambito, da quello sociale
a quello sentimentale, fino a quello professionale.
In un contesto del genere, francamente avvilente, risulta un
compito eccessivamente arduo per chi conserva, per indole, per predisposizione,
o perché così è stato educato, un barlume di complessità, resistere alle
pressioni delle nuove istanze sociali, palesare e valorizzare il proprio
spessore, che sia morale, valoriale, intellettivo, umano o culturale. La forza
della massa, del branco, è, a tratti, travolgente ed intrinsecamente
irrazionale, nel senso che è sostanzialmente immune alla forza argomentativa di
qualsiasi discorso, anche il più ragionevole, pregnante e persuasivo.
L’uomo è un animale sociale e, in quanto tale, tende a
conformarsi alle istanze sociali legate all’epoca in cui vive. Motivo per cui,
in un sistema socioeconomico liberale e capitalista, è difficile per chiunque dissociarsi
dalle tendenze imposte da chi tira i fili; tuttavia, l’innaturalezza di certi
meccanismi, se adeguatamente evidenziata e criticata, potrebbe dar luogo a
quell’insubordinazione delle menti, derivante da una rinnovata consapevolezza, tanto
necessaria per restituire all’uomo la sua dimensione originaria, la sua
essenza. Il nostro contributo, a questo proposito, non è irrilevante, ma lo
diviene se non è in grado di scuotere altre coscienze.
Nessun commento:
Posta un commento