Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

giovedì 16 novembre 2023

La forma e sostanza

Nella storia si è ampiamente dibattuto sul rapporto, in ambito letterario, dialettico e filosofico, tra il piano della forma e quello della sostanza; sono state espresse e vagliate le opinioni più disparate a proposito, cui sono sussunti anche gli estremi della questione: da una parte, c’è chi ha fatto della forma il proprio vessillo, la propria peculiarità, tanto da aborrire ogni velleità contenutistica, dall’altra non sono mancati coloro che la forma l’hanno deliberatamente violata, lesa, vituperata per esaltare la pregnanza del contenuto. Oggigiorno sono in molti a credere che la forma, l’involucro, la cornice di un qualsiasi ragionamento sia puramente ornamentale, superflua, pleonastica e che, anzi, una forma particolarmente curata ed articolata risulti piuttosto artefatta ed innaturale, finendo per lordare il tenore del contenuto.

 Ora, lungi da me pormi come un culture della forma, anche perché non sarei in grado di esserlo, ma credo che il modo in cui si veicolano i propri pensieri, le parole che si selezionano, l’ordine in cui le si pone, le sfumature che le si conferiscono, trascendano il mero vezzo stilistico e aprano nuovi orizzonti, nuove accezioni atte a declinare la sostanza.

 Non nego che un contenuto di spessore sia, a prescindere dalla forma in cui lo si veicola, indice di una spiccata sensibilità, la quale, però, a mio avviso, non è una qualità che ha valore in sé, in senso assoluto. Credo che la discordanza nelle accezioni conferite al rapporto tra forma e sostanza sia, in ultima analisi, riconducibile a questo fattore: per molti la sensibilità si completa, si estrinseca in sé; a mio avviso, invece, pur trattandosi di un elemento fondamentale, è necessario che venga incanalata tramite la cura della forma, che convoglia, definisce e sublima la sostanza.

 Ritengo che una forma asciutta, spoglia, scarna, non renda onore a qualsiasi sorta di contenuto, specie se di rimarcabile spessore, perché palesa l’assenza di profondità espressiva e quindi una penuria di interesse nei riguardi del discorso stesso, dei concetti trattati. Al contrario, tuttavia, è necessario anche guardarsi dal ricorrere al misero tentativo di celare un’effettiva carenza di contenuti con una forma eccessivamente imbellettata, perché si finisce per denunciare non soltanto una mancanza di profondità analitica, ma anche una snervante tediosità.

 La lingua italiana mette a disposizione del locutore un’immensa varietà di vocaboli, di espressioni cui ricorrere e, astenersi dal farlo è, a mio avviso, delittuoso perché palesa la perdita di aderenza con una tradizione, con un bagaglio culturale, che sia scritto, orale o aurale, tramandato di generazione in generazione.

 Credo che tutti noi dovremmo sentire il dovere morale di far nostra questa eredità e di trasmetterla ai posteri, profondendo ogni sforzo possibile per risultarne all’altezza ed evitando di farci assuefare dall’ammaliante tentazione costituita dalla semplicità smodata, acritica, senza filtri, veicolata prevalentemente dai social, che passa per la demolizione e, direi anche, la demonizzazione di ogni forma di complessità e che colpisce in maniera più evidente il nostro linguaggio e, surrettiziamente, più in profondità, anche la nostra forma mentis, il nostro modus pensandi.

 Abbiamo l’immensa fortuna di poter contare su piattaforme virtuali che immagazzinano miriadi di contenuti, di pensieri, di qualsiasi sorta e in qualsiasi lingua, e ne conservano traccia, ma, allo stesso tempo, proprio perché siamo oggetto, anzi, bersaglio, di nuovi stimoli in continuazione, la nostra memoria diviene tanto corta da esserne assorbiti, da perdere contatto con la pregnanza del ragionamento, della complessità, della speculazione, che, permettetemi di sottolinearlo, è parte integrante della cultura italiana, basti pensare alla nostra storia e alle personalità cui il nostro paese ha dato i natali.

 Al giorno d’oggi, denoto una sconsiderata e deliberata trasandatezza, tanto nella forma quanto nel contenuto, veicolata e, direi, propagandata, in particolar modo dalle nuove forme di comunicazione virtuali. Questo aspetto è profondamente critico e presenta risvolti potenzialmente catastrofici che non si esauriscono in sé ma, anzi, contemplano implicazioni ancor più radicate, legate all’intero contesto sociale attuale.

 Abbiamo perso ogni velleità, ogni attitudine, alla complessità. Il tenore a tratti demenziale degli stimoli cui siamo sottoposti plasma i nostri interessi e le nostre vocazioni, finché non siamo noi stessi a ricercare quel tipo di comunicazione, fornendo ulteriori ragioni a chi crea questi contenuti per continuare a sottoporceli e per tentare, se possibile, di renderli ancor più scarni, più superficiali.

Questa spirale, alimentata in un primo momento dalle esigenze del mercato, i cui fili sono tirati dalla classe dominante, e successivamente dalla nostra stessa volontà, ha un unico Leitmotiv: la tendenza alla semplificazione, cui non sono immuni neanche aspetti che semplici, per natura, non possono essere.

 Con questo non voglio negare l’importanza, in taluni contesti, della sintesi, ma questa deve essere in ogni caso a suo modo articolata e comunque non può costituire la normalità, la prassi, l’unica alternativa.

 L’essere umano è per sua natura complesso, come complessi sono i suoi sentimenti, la sua ragione, gli stimoli di cui necessita, le sue aspirazioni, le sue visioni. Trovo avvilente il tentativo di ridurlo ad una mera caricatura di se stesso, della sua natura, della sua indole.

 Ma d’altronde, credo vi sia una comprovata tendenza verso questa direzione, cui è particolarmente difficile sfuggire: quando si tenta di articolare discorsi o analisi con i propri amici o familiari, si nota subito come ne vengano annoiati, come si distraggano facilmente; quando si prova ad esprimere, innanzi ad un pubblico eterogeneo, concetti strutturati, ragionamenti articolati, si raccoglie quasi esclusivamente disinteresse e questi tendono ad essere dimenticati molto in fretta. Risulta assai intrigante l’alternativa più semplice, la possibilità di abbandonare ogni velleità di complessità per poter costruire il proprio successo più facilmente in ogni ambito, da quello sociale a quello sentimentale, fino a quello professionale.

 In un contesto del genere, francamente avvilente, risulta un compito eccessivamente arduo per chi conserva, per indole, per predisposizione, o perché così è stato educato, un barlume di complessità, resistere alle pressioni delle nuove istanze sociali, palesare e valorizzare il proprio spessore, che sia morale, valoriale, intellettivo, umano o culturale. La forza della massa, del branco, è, a tratti, travolgente ed intrinsecamente irrazionale, nel senso che è sostanzialmente immune alla forza argomentativa di qualsiasi discorso, anche il più ragionevole, pregnante e persuasivo.

 L’uomo è un animale sociale e, in quanto tale, tende a conformarsi alle istanze sociali legate all’epoca in cui vive. Motivo per cui, in un sistema socioeconomico liberale e capitalista, è difficile per chiunque dissociarsi dalle tendenze imposte da chi tira i fili; tuttavia, l’innaturalezza di certi meccanismi, se adeguatamente evidenziata e criticata, potrebbe dar luogo a quell’insubordinazione delle menti, derivante da una rinnovata consapevolezza, tanto necessaria per restituire all’uomo la sua dimensione originaria, la sua essenza. Il nostro contributo, a questo proposito, non è irrilevante, ma lo diviene se non è in grado di scuotere altre coscienze.

Nessun commento:

Posta un commento

Folgore

 Si torna sempre lì, a desiderare mondi che non ci sono più.  A interrogarci se davvero facciamo parte di ciò che ci circonda. Come sarebbe ...