Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

mercoledì 25 ottobre 2023

Futilità all'incanto

 

Cinquanta minuti di studio, dieci minuti di svago (da passare rigorosamente al cellulare), sette minuti di lettura, massimo centoventi caratteri, messaggio troppo lungo, durata massima un minuto, o trenta secondi, o anche quindici secondi, didascalia del post troppo lunga, biografia troppo lunga, potete leggere l’articolo, ma, se non vi va, anche questa scarna sintesi adatta ad ogni forma di analfabetismo funzionale che vi lascio in descrizione, titoli fuorvianti, possibilità di velocizzare qualsiasi tipo di materiale audiovisivo: video, messaggi vocali, film, canzoni…

 Tutto questo ci dà la sensazione di essere noi a manovrare il tempo, a piegarlo al nostro volere, ad impiegarlo come meglio crediamo, a dosarlo a piacimento. Programmiamo le nostre attività con minuziosità: trenta minuti per pranzare, un’ora di cellulare, tre ore di studio, intervallate dalle fisiologiche pause al cellulare, due ore con gli amici, a nanna e domani daccapo. Ogni cosa è commensurabile, nulla sfugge alla nostra diligenza, al nostro controllo a tratti ossessivo.

 E poi, come si fa a stare dieci minuti sotto la doccia senza fare nulla? Mettiamo un bel podcast di sottofondo, oppure una playlist, oramai esistono persino gli audiolibri, anch’essi programmabili a nostro piacimento; devo davvero sprecare quindici minuti a farmi la barba senza qualcosa da ascoltare? Come si fa a non guardare il telefono sulla tazza del vater? Passeggiata di trentatré minuti (così dice Google Maps, dev’essere così!)? Auricolari, volume al massimo, podcast o playlist e si va!

 È un’incessante corsa all’ottimizzazione del tempo, a non sprecare neanche un minuto, a ricercare perennemente stimoli esterni, a variegare il più possibile le proprie attività per non annoiarsi, senza mai impegnarsi ad approfondire alcuna di queste. Ah, come siamo abili nella labile arte del conoscere tutto e niente, tutti irreprensibili esperti superficiali: arte in pillole, economia in pillole, filosofia in pillole, tutto in pillole, tanto minute quanto indolori, gocce irrisorie atte ad ingrossare il mare di conoscenze di ciascuno di noi, che ogni volta si espande in ampiezza, mai in profondità.

 L’importante è che non si superino mai certi limiti, altrimenti la gente si stanca: non più di dieci righe, anzi, che dico, non più di centoventi caratteri o, ancora meglio, non più di un minuto di lettura, come se il tempo che si impiega a leggere possa essere misurato (d’altronde, in questo fantastico mondo, non c’è spazio per riflessioni, per approfondimenti, per tornare su alcuni passaggi, per trarne delle considerazioni…).

 La musica? Chi ascolta ormai più di quattro minuti di canzone? Facciamo due belle strofe ritmate ed un ritornello orecchiabile e vedrai quanto andremo lontano.

 I podcast? Persino chi li gestisce consiglia ai propri ascoltatori di accelerarne la velocità.

 Il cinema? I film sono roba desueta, anziché farne uno da due ore e mezza, dividiamone la trama in dieci parti da trenta minuti l’una, infarcendola di inezie e, se piace, fabbrichiamo stagioni ad oltranza, nel minor lasso di tempo possibile (altrimenti si scordano di noi), almeno finché la gente non si stufa, eleggendo una nuova serie, altrettanto effimera e transitoria.

 I libri? Passati di moda, ma forse, se il romanzo (dev’essere rigorosamente un romanzo) è lungo meno di duecento pagine ed è scritto a caratteri cubitali potrebbe avere un buon successo, a patto di lordarlo con ridondanti storie di amore e con personaggi problematici, ma non eccessivamente scomodi.

 I giornali? Chi compra più quell’ammasso di carta? Trasferiamoci sul web, scriviamo titoli accattivanti, lasciamo che leggano il sottotitolo e le prime cinque righe e che si rassicurino prendendo visione del tempo di lettura, poi chiediamogli quattro euro a settimana di abbonamento, dove trovano prezzi così convenienti? Praticamente ci rimettiamo noi, ma se riuscissimo ad attirare una nutrita cerchia di persone, considerando il risparmio sulla carta, potremmo provare a sopravvivere senza perdere troppo denaro. Non si abbonano? Meglio così, si faranno un’idea fallace leggendo il nostro titolo fuorviante e riusciremo nel nostro intento! Sai quanto crescerà il partito X nei prossimi sondaggi? Il nostro editore (tipicamente la famiglia Berlusconi, o Debenedetti, o Cairo) ne sarà entusiasta! E perché no? Già che ci siamo sbarchiamo sui social media, ormai la gente neanche naviga più sul web e poi tutti sanno che gli utenti leggono i post di sfuggita, magari riusciamo a diffondere ulteriormente il verbo della disinformazione e della superficialità!

 Infine, i programmi televisivi! Illustri espressioni dell’insigne arte circense! Instancabili presentatori al centro di un salottino artefatto, sulle cui poltrone pacchiane seggono modesti politicanti, commisti a comici esilaranti, a personaggi stravaganti e alla testa calda di turno. Quest’ultima figura è essenziale e molto ambita: ve ne sono solo tre o quattro di indubbio valore sul mercato e, se sono in giornata, garantiscono milioni di visualizzazioni su YouTube: clip di massimo tre minuti con annesso titolo suadente e venti secondi di pubblicità di corredo. Oh! La gente impazzisce per queste cose, è l’ultima frontiera del teatro realista. Tipicamente, la testa calda insulta (talvolta giunge persino ad alzare le mani) qualche altro personaggio in studio e il presentatore, tanto visibilmente imbarazzato quanto intimamente trionfante, cerca maldestramente di smorzarne la furia; sovente, appena le acque si acquietano, viene lanciata la pubblicità, così da insinuare il germe dell’attesa nell’inerte spettatore, che nel frattempo ha modo di invitare i suoi amici a sintonizzarsi sul canale in questione, il cui programma è smanioso di arraffare qualche decimo di punto percentuale di share per tentare di sopravvivere nel palinsesto.

 

Nel rappresentare questo quadretto, tutt’altro che idilliaco, non voglio risultare un moralista sprezzante, nauseato dagli usi della società attuale. Mi interessa prettamente fotografare una situazione di fatto, tanto radicata quanto pericolosa, di cui, in parte, io stesso sono vittima e, del resto, è impossibile non esserlo: questo è il mondo in cui viviamo ed estraniarsene significherebbe accettarlo passivamente, essere sconfitti in partenza. Per tentare di cambiarlo è necessario che ci si cali in questa realtà, subendone fisiologicamente i risvolti e venendone parzialmente plasmati, con il rischio di risultarne assuefatti.

Tuttavia, riconoscere queste dinamiche e comprenderne le storture palesa un grado di consapevolezza elevato, stante il quale ho scelto di rimarcare gli effetti collaterali di questo sistema, riconducibile, ma non limitabile, alla sfera dell’intrattenimento, pur conscio delle rimostranze che probabilmente il tono di queste critiche, prima ancora del contenuto, susciterà.

 Peraltro, le ripercussioni più nocive legate al contesto descritto non risiedono tanto nel contesto in sé, quanto piuttosto nell’influsso che le dinamiche ad esso legato producono sulla nostra mente, sulle nostre relazioni e, più in generale, sulle nostre vite, che, se non arginato, conduce inevitabilmente al categorico ripudio della complessità, caratteristica insita alla natura dell’essere umano.

Ma non mi dilungo oltre, nel timore di sfociare in un’esaltazione, anch’essa dannosa, della complessità, ché potrebbe comportare l’effetto contrario. Magari, in futuro, potremo sviluppare a dovere quest’ultima suggestione, finora soltanto evocata.

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