Cinquanta minuti di studio, dieci minuti di svago (da
passare rigorosamente al cellulare), sette minuti di lettura, massimo centoventi
caratteri, messaggio troppo lungo, durata massima un minuto, o trenta secondi, o
anche quindici secondi, didascalia del post troppo lunga, biografia troppo
lunga, potete leggere l’articolo, ma, se non vi va, anche questa scarna sintesi
adatta ad ogni forma di analfabetismo funzionale che vi lascio in descrizione, titoli
fuorvianti, possibilità di velocizzare qualsiasi tipo di materiale audiovisivo:
video, messaggi vocali, film, canzoni…
Tutto questo ci dà la sensazione di essere noi a manovrare
il tempo, a piegarlo al nostro volere, ad impiegarlo come meglio crediamo, a
dosarlo a piacimento. Programmiamo le nostre attività con minuziosità: trenta
minuti per pranzare, un’ora di cellulare, tre ore di studio, intervallate dalle
fisiologiche pause al cellulare, due ore con gli amici, a nanna e domani
daccapo. Ogni cosa è commensurabile, nulla sfugge alla nostra diligenza, al
nostro controllo a tratti ossessivo.
E poi, come si fa a stare dieci minuti sotto la doccia senza
fare nulla? Mettiamo un bel podcast di sottofondo, oppure una playlist, oramai
esistono persino gli audiolibri, anch’essi programmabili a nostro piacimento; devo
davvero sprecare quindici minuti a farmi la barba senza qualcosa da ascoltare?
Come si fa a non guardare il telefono sulla tazza del vater? Passeggiata di trentatré
minuti (così dice Google Maps, dev’essere così!)? Auricolari, volume al
massimo, podcast o playlist e si va!
È un’incessante corsa all’ottimizzazione del tempo, a non
sprecare neanche un minuto, a ricercare perennemente stimoli esterni, a
variegare il più possibile le proprie attività per non annoiarsi, senza mai
impegnarsi ad approfondire alcuna di queste. Ah, come siamo abili nella labile arte
del conoscere tutto e niente, tutti irreprensibili esperti superficiali: arte
in pillole, economia in pillole, filosofia in pillole, tutto in pillole, tanto
minute quanto indolori, gocce irrisorie atte ad ingrossare il mare di
conoscenze di ciascuno di noi, che ogni volta si espande in ampiezza, mai in
profondità.
L’importante è che non si superino mai certi limiti,
altrimenti la gente si stanca: non più di dieci righe, anzi, che dico, non più
di centoventi caratteri o, ancora meglio, non più di un minuto di lettura, come
se il tempo che si impiega a leggere possa essere misurato (d’altronde, in
questo fantastico mondo, non c’è spazio per riflessioni, per approfondimenti,
per tornare su alcuni passaggi, per trarne delle considerazioni…).
La musica? Chi ascolta ormai più di quattro minuti di canzone?
Facciamo due belle strofe ritmate ed un ritornello orecchiabile e vedrai quanto
andremo lontano.
I podcast? Persino chi li gestisce consiglia ai propri
ascoltatori di accelerarne la velocità.
Il cinema? I film sono roba desueta, anziché farne uno da
due ore e mezza, dividiamone la trama in dieci parti da trenta minuti l’una,
infarcendola di inezie e, se piace, fabbrichiamo stagioni ad oltranza, nel
minor lasso di tempo possibile (altrimenti si scordano di noi), almeno finché la
gente non si stufa, eleggendo una nuova serie, altrettanto effimera e
transitoria.
I libri? Passati di moda, ma forse, se il romanzo
(dev’essere rigorosamente un romanzo) è lungo meno di duecento pagine ed è
scritto a caratteri cubitali potrebbe avere un buon successo, a patto di
lordarlo con ridondanti storie di amore e con personaggi problematici, ma non
eccessivamente scomodi.
I giornali? Chi compra più quell’ammasso di carta?
Trasferiamoci sul web, scriviamo titoli accattivanti, lasciamo che leggano il
sottotitolo e le prime cinque righe e che si rassicurino prendendo visione del
tempo di lettura, poi chiediamogli quattro euro a settimana di abbonamento,
dove trovano prezzi così convenienti? Praticamente ci rimettiamo noi, ma se
riuscissimo ad attirare una nutrita cerchia di persone, considerando il
risparmio sulla carta, potremmo provare a sopravvivere senza perdere troppo
denaro. Non si abbonano? Meglio così, si faranno un’idea fallace leggendo il
nostro titolo fuorviante e riusciremo nel nostro intento! Sai quanto crescerà
il partito X nei prossimi sondaggi? Il nostro editore (tipicamente la famiglia
Berlusconi, o Debenedetti, o Cairo) ne sarà entusiasta! E perché no? Già che ci
siamo sbarchiamo sui social media, ormai la gente neanche naviga più sul web e
poi tutti sanno che gli utenti leggono i post di sfuggita, magari riusciamo a
diffondere ulteriormente il verbo della disinformazione e della superficialità!
Infine, i programmi televisivi! Illustri espressioni
dell’insigne arte circense! Instancabili presentatori al centro di un salottino
artefatto, sulle cui poltrone pacchiane seggono modesti politicanti, commisti a
comici esilaranti, a personaggi stravaganti e alla testa calda di turno. Quest’ultima figura è essenziale e molto ambita: ve ne sono
solo tre o quattro di indubbio valore sul mercato e, se sono in giornata,
garantiscono milioni di visualizzazioni su YouTube: clip di massimo tre minuti
con annesso titolo suadente e venti secondi di pubblicità di corredo. Oh! La
gente impazzisce per queste cose, è l’ultima frontiera del teatro realista.
Tipicamente, la testa calda insulta (talvolta giunge persino ad alzare le mani)
qualche altro personaggio in studio e il presentatore, tanto visibilmente
imbarazzato quanto intimamente trionfante, cerca maldestramente di smorzarne la
furia; sovente, appena le acque si acquietano, viene lanciata la pubblicità,
così da insinuare il germe dell’attesa nell’inerte spettatore, che nel
frattempo ha modo di invitare i suoi amici a sintonizzarsi sul canale in
questione, il cui programma è smanioso di arraffare qualche decimo di punto
percentuale di share per tentare di sopravvivere nel palinsesto.
Nel rappresentare questo quadretto, tutt’altro che
idilliaco, non voglio risultare un moralista sprezzante, nauseato dagli usi
della società attuale. Mi interessa prettamente fotografare una situazione di
fatto, tanto radicata quanto pericolosa, di cui, in parte, io stesso sono
vittima e, del resto, è impossibile non esserlo: questo è il mondo in cui
viviamo ed estraniarsene significherebbe accettarlo passivamente, essere sconfitti
in partenza. Per tentare di cambiarlo è necessario che ci si cali in questa realtà,
subendone fisiologicamente i risvolti e venendone parzialmente plasmati, con il
rischio di risultarne assuefatti.
Tuttavia, riconoscere queste dinamiche e comprenderne le
storture palesa un grado di consapevolezza elevato, stante il quale ho scelto
di rimarcare gli effetti collaterali di questo sistema, riconducibile, ma non
limitabile, alla sfera dell’intrattenimento, pur conscio delle rimostranze che
probabilmente il tono di queste critiche, prima ancora del contenuto, susciterà.
Peraltro, le ripercussioni più nocive legate al contesto descritto
non risiedono tanto nel contesto in sé, quanto piuttosto nell’influsso che le
dinamiche ad esso legato producono sulla nostra mente, sulle nostre relazioni
e, più in generale, sulle nostre vite, che, se non arginato, conduce
inevitabilmente al categorico ripudio della complessità, caratteristica insita
alla natura dell’essere umano.
Ma non mi dilungo oltre, nel timore di sfociare in
un’esaltazione, anch’essa dannosa, della complessità, ché potrebbe comportare
l’effetto contrario. Magari, in futuro, potremo sviluppare a dovere
quest’ultima suggestione, finora soltanto evocata.
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