Vivo ad oggi il terribile paradosso di sapere esattamente dove sono, ma non chi sono. Perché che io stia fermo o muovendomi pian piano è senza ombra di dubbio. Che io brancoli nel buio, lucidamente consapevole di farlo e, per certi versi, anche volenteroso mi è, ormai, cosa piuttosto nota.
Ed allora non mi spiego questa assurda tendenza a sopprimere infruttuosamente il mio tempo come una brutta copia di Stendhal, senza lo stesso estro, colpo di genio, quel pizzico di follia.Dunque mi rendo conto di una cosa che, forse, mi è sempre appartenuta.
Perché, infatti, in questo momento di solitudine mi rendo conto ch'io senza le persone non valgo nulla.
E mi interrogo su come io sia così empio nella mia incapacità di darmi un valore. Possibile mai ch'io mi abbatta di fronte alla frustrante consapevolezza che la mia anima dannata non accetta il gioco della vita?
Sono io, forse, indegno dei mezzi che la natura mi ha donati. O forse, sono io troppo poco consapevole della scarsità degli stessi.
E ancora più inerte di fronte all'impossibilità di darmi una risposta, continuo a vagare nella direzione ben nota.
Perché l'unica cosa che riesce a darmi un senso è la dimensione della tristezza.
Sentimento avaro, ma allo stesso tempo così pieno di vita. Che, forse, solo in questa maniera io riesca a darmi un'immagine mia più chiara e nitida di quello che sono?
Ed allora continuo inerte il mio cammino con la consapevolezza che non mi porterà ad alcuna luce.
Accetto il mio destino nefasto e imperituro senza prendermi la ben che minima responsabilità di cambiare strada. Perché in fondo questo è quello che so, e di cambiare ho paura.
Grazie per aver delineato i contorni di una condizione a molti comune. May the bridges you burn light the way.
RispondiElimina