Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

giovedì 5 ottobre 2023

Leader per il futuro: Mattia Rocco (Gioventù Nazionale)

Ho scelto di aprire questa che, se ne avrò modo, potrà divenire una rubrica, in aperta polemica con le etichette sovente affibbiate dall’opinione pubblica alla generazione Z, i cui esponenti sono considerati perlopiù inerti fannulloni, avulsi da qualsiasi sorta di velleità intellettiva e sociale.

 

Trovo che, checché se ne dica e nonostante tutti gli ostacoli di tipo sostanziale, in primis il carattere morboso e, direi, deliberatamente predatorio dei social ed un sistema scolastico antiquato e poco stimolante, in molti giovani sia radicato un tenace spirito di intraprendenza, perlopiù latente, che necessita dunque di essere incanalato e, laddove gli educatori e le strutture sociali non ne creino i presupposti, risultano fondamentali le figure di cui vorrei tracciare il profilo: coetanei dotati di grande coraggio e di invidiabile forza di volontà, a prescindere dai giudizi di merito, che si impegnano a scuotere i propri pari-età, a tirarne fuori il meglio, ad inserirli in un contesto funzionale ed arricchente. 

 

L’ambito in cui mi muoverò sarà prettamente a sfondo politico perché credo fortemente nella pregnanza della declinazione originaria di quest’arte, con il tempo progressivamente imbarbaritasi, ma che conserva, talvolta, tratti di purezza, circoscritti meramente a contesti giovanili. 

 

Naturalmente, anche a questi livelli vi è chi tenta di sfruttare una base di seguito, artatamente costituita nel tempo, per ritagliarsi uno spazio in politica, ma, in ogni caso, non è raro imbattersi in esempi di genuinità e di sincera abnegazione.

 

Trovo dunque interessante utilizzare questo spazio per approfondire alcune di queste personalità: idee, visioni, aspirazioni, ma anche valori, quotidianità e vissuto.

 

Rigetto con forza ogni eventuale accusa di faziosità: lo spirito del blog mi impone, anche se avessi delle remore, di non precludere l’accesso a questo spazio a nessuno, a prescindere dai suoi ideali. Oggi intervisto un esponente della destra sociale giovanile, ma in futuro, se si farà avanti, sarò ben felice di confrontarmi con qualcuno di sinistra.

Mattia Rocco, 21 anni

Mattia, romano classe 2002, è da sempre ammaliato da quelle che lui definisce “suggestioni”, legate all’immaginario della destra militante e alle persone a lui vicine, come sua madre, che quel contesto lo hanno vissuto in prima persona in età giovanile. 

 

All’inizio del 2020, nel pieno della prima fase della pandemia, coadiuvato da suo fratello minore e da un suo amico, decide di dare una forma concreta a queste suggestioni, spinto dal desiderio di far qualcosa per se stesso (“non volevo buttare la mia giovinezza”) e per i suoi coetanei, fondando Gioventù Nazionale Palocco (dal nome della zona di Roma di cui Mattia è originario, Casal Palocco), inserita all’interno della rete di Gioventù Nazionale, movimento giovanile di Fratelli d’Italia.

 

Il percorso di crescita di questo gruppo, che Mattia suole definire “comunità”, è piuttosto lineare ma, nonostante questo, vi sono stati dei momenti topici in cui l’identità e la consapevolezza del movimento si sono consolidate. 

Tra gli altri, Mattia mi confida un episodio tragico: la scomparsa di un “militante” della sua comunità, Giuseppe, occorsa nell’Aprile del 2022, che ha lasciato una traccia indelebile nel gruppo. Quando me ne parla, Mattia è visibilmente commosso e sceglie termini pregni di significato. Definisce l’impatto di Giuseppe sulla comunità un “totale sconquasso, come se in pochi mesi avesse condensato tutti gli insegnamenti che poteva donarci…ci ha lasciato con quell’assordante, tipico, silenzio immediatamente successivo alla chiusura del sipario ed immediatamente precedente agli scoscianti applausi della platea”, per Mattia, Giuseppe era “totale irriverenza, coraggio, menefreghismo puro…un eroe” e la sua dipartita ha rappresentato per la sua comunità un segnale inequivocabile: “ci piace pensare che lui sia entrato nelle nostre vite per darci un messaggio: continuare con coraggio, con passione, senza scrupoli, con il sorriso, con irriverenza”.

 

All’interno della comunità di cui Mattia è a capo vi sono delle regole inderogabili: “Tre pilastri: meritocrazia, gerarchia, disciplina. Ma anche tanta goliardia” e, in generale, Mattia asserisce che: “il nostro bagaglio valoriale ruota attorno al riconoscimento dell’unicità, dell’irripetibilità, della vita, elementi che le conferiscono sacralità e da cui scaturiscono i nostri valori apicali: identità, fratellanza, rispetto, devozione, libertà, onore, pudore”. 

 

A quest’ultimo valore, il pudore, Mattia è particolarmente legato, tanto da esprimersi in questi termini: “Oggi lo si mette a bando, spacciandolo per un concetto anacronistico, sottintendendo un intento duplice, che tende al medesimo scopo: si vuole, da una parte, scalfire l’integrità della persona e, dall’altra, relativizzare ogni cosa, in particolare la bellezza. Possibile che non si comprenda che se tutto è bello, nulla è bello? Se il buon gusto non viene contemplato, non è possibile neanche configurare il cattivo gusto e, dunque, tutto è legittimato! Questo meccanismo perverso, che implica un marcato livellamento verso il basso e che rottama le coscienze, si rafforza anche perché vengono minate le fondamenta degli istituti naturali che fungono da baluardo, su tutti la famiglia.”

 

Il fine ultimo della militanza, secondo Mattia, è l’aggregazione, ma “per aggregare è necessaria una comunità, il cui obiettivo, allo stesso tempo, dev’essere l’aggregazione…Portare un ragazzo in sezione, di questi tempi, è un miracolo comunicativo, umano e politico, ed è ciò per cui combattiamo tutti i giorni”.

 

Quando chiedo a Mattia quali sono i suoi riferimenti ideologici e culturali, emerge in tutta la sua dirompenza il carattere totalizzante, a tal punto da risultare contraddittorio (“la destra è contraddizione”, afferma orgoglioso Mattia) della destra militante: “Questa è una domanda trasversale, non personale. A differenza della sinistra militante, che estrapola la sua essenza da un paio di libri, la destra assorbe qualcosa da tutto, senza alcuna forma di preclusione ideologica. È questo aspetto che la sinistra e la stampa allineata devono temere: non abbiamo pregiudizi nei confronti di nessuno, ci mettiamo in gioco continuamente, anche dal punto di vista culturale” e conclude il ragionamento citando uno storico slogan del Fronte della Gioventù, con riferimento a Che Guevara: “Tutti gli uomini di valore sono fratelli”.

 

A questo punto del dialogo, mi appare chiaro che Mattia è intimamente, ontologicamente, di destra, ne incarna una rappresentazione plastica, pur senza scadere in futili stereotipi. A questo proposito, gli chiedo quanto il contesto familiare in cui è cresciuto abbia influito nel definire la sua essenza e la sua risposta mi stupisce: “Nel mio caso il contesto ha influito moltissimo. Tuttavia, non ci si sente di destra, si è di destra, si nasce di destra e quindi sarei stato comunque di destra”.

 

Molti esponenti di spicco di Fratelli d’Italia hanno dedicato, sin dalla loro adolescenza, tutta la loro vita alla militanza e alla politica; Mattia, però, pur ammirando questa scelta, ha deciso di intraprendere un percorso accademico parallelo, che porta avanti studiando giurisprudenza a “La Sapienza” perché: “Non credo nella carriera politica, anzi, credo sia profondamente sbagliato far militanza perché si aspira ad una carica. Ovviamente, si possono nutrire delle ambizioni ma dev’esserci una vocazione alla base, prendendo le mosse dalla quale si antepone il bene altrui a quello personale: un prete non prende i voti perché vuole diventare vescovo”.

 

Quando gli chiedo, a questo proposito, se ritiene fondate le critiche che si muovono a Giorgia Meloni per il fatto di non avere una laurea, Mattia risponde in questi termini: “Non reputo necessario che una prima linea abbia alle spalle un percorso accademico importante perché si può imparare persino di più da un percorso militante e dal valore della partecipazione, della proposta e della contestazione, dell’ascolto e della buona amministrazione, che ne derivano”.

 

Una dicotomia presente nel pensiero di Mattia riguarda il rapporto tra il singolo e il collettivo in cui è inserito: pur propugnando con forza la pregnanza del concetto di gruppo, di comunità, Mattia insiste molto sull’importanza del singolo: “L’elemento distintivo fondamentale tra il concetto di collettività e quello di comunità risiede nel fatto che la collettività non premia gli slanci individuali migliori, mentre nella comunità si viene a costituire un puzzle perfetto, in cui i componenti vengono premiati esattamente per quel che riescono a dare. Nessuno è uguale a nessun altro e, se si riesce ad estrapolare le peculiarità, le abilità, di ogni singolo membro, la perfezione è configurabile. Le caratteristiche della nostra comunità rispecchiano la nostra visione della società: noi combattiamo per una società che premi gli slanci, che lasci operare il singolo senza dogmi o pregiudizi” e, tornando sulla distinzione tra collettività e comunità, Mattia, citando Kaplan, asserisce che: “Il duologo della collettività va contrapposto al dialogo della comunità. Il duologo è una forma di comunicazione piatta, asettica, strumentale; il dialogo, invece, è disinteressato: nella comunità risiede il vero senso della vita”.

 

Mattia è anche stato rappresentante d’istituto del suo liceo, il Democrito, per due anni. Prendendo le mosse da quest’esperienza gli chiedo quanto possa essere importante per un giovane, se non assistito adeguatamente dalle figure preposte alla propria educazione, trovare degli stimoli nell’esempio di un suo coetaneo: “In un mondo ideale non sarebbe necessario che i ragazzi si sostituiscano al richiamo pedagogico incarnato dalla figura dell’insegnante ma, laddove il corpo docente non sia adeguato a fornire degli strumenti utili agli studenti, diviene fondamentale la figura del compagno di classe che prova a scuotere i suoi coetanei, ad eliminare quella patina di ipocrisia che vogliono loro affibbiare, a farli uscire dalla caverna sessantottina, ideologica e standardizzata, a provare a fargli vedere che c’è qualcosa di nuovo, di diverso… Oggi, il nemico non ha più il pugno chiuso, non incarna più il comunismo efferato; oggi, il nemico è il politicamente corretto, subdolo, intangibile, che stronca, che tarpa le ali, che reprime la libertà, pur surrettiziamente” e, citando Guccini, conclude: “Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me cos’è la libertà”. 

 

Quando gli faccio notare che la matrice della destra militante, per come la intende, è affine, per certi versi, a quella della sinistra militante, Mattia si mostra concorde ed argomenta: “Credo che, in ultima analisi, al netto di altre divergenze, ciò che distingue un ragazzo di destra da uno di sinistra è la mancanza di ipocrisia, la morale è di sinistra, l’etica è di destra: infatti, l’etica richiama una questione di diritto naturale, rimarca ciò che è naturalmente giusto, mentre la morale è relativa e quindi ben si associa alla fluidità tipica della sinistra”.

 

In Mattia è radicato un forte legame con il passato e, a tal proposito, gli chiedo quali sono, a suo parere, le differenze tra presente e passato nel modo di far politica. Mattia incentra la propria disamina sull’influsso dei social: “L’avvento dei social, dal punto di vista comunicativo, è sicuramente un vantaggio perché danno la possibilità di arrivare a molte persone semplicemente postando una grafica e facendola ripostare, senza la necessità di produrre striscioni e manifesti” E ancora: “Un’altra differenza fondamentale rispetto al passato dal punto di vista comunicativo riguarda l’ostentazione del personaggio, acuitasi con l’avvento dei social, chiaro risvolto della dimensione individualista dalla quale siamo permeati, anche nell’ambito della militanza: fa sorridere il fatto che, nella generazione che ci ha preceduto, si sia dibattuto a lungo sull’opportunità di mettere una foto dell’intera comunità sui manifesti elettorali per le candidature, in luogo della foto del singolo candidato, proprio per rimarcare che il progetto dietro alla candidatura si sostanzia con la forza di tutta la squadra, evidenziando la struttura organicistica del dietro le quinte. Oggi questo sarebbe assurdo, occorre adattarsi al cambiamento dei tempi”. 

 

Sul suo rapporto con il passato afferma: “Ci sono tante divaricazioni nel mondo che ci ha preceduto e quindi, sebbene sia importante richiamarsi alle suggestioni del passato, non bisogna peccare di torcicollismo perché dobbiamo rappresentare qualcosa di fresco. Non sopporto le etichette, nemmeno noi stessi siamo in grado di affibbiarcele: non possiamo definirci conservatori, né liberali, né socialisti, né tantomeno reazionari. Noi abbiamo quello che doniamo, le etichette ce le dà la storia; oggi le etichette se le intesta chi sa di non avere contenuti e te le affibbia chi sa che ne hai tanti, perché è l’unico modo che ha per smarcarsi dal confronto. Noi non siamo delle etichette, siamo tanto altro: la destra è contraddizione perché la contraddizione è la cartina al tornasole della libertà delle idee e delle persone che le veicolano.  Non temere l’altero, raffrontarlo ai propri ideali senza paventare le eventuali contraddizioni, non mina la propria integrità, piuttosto, tramite la contrapposizione di idee, la forgia. La destra cui ci richiamiamo sa essere contradditoria, quindi paradossalmente è coerente nella sua libertà”.

 

Sebbene abbia diffusamente chiarito il suo rapporto con il passato, faccio notare a Mattia quanto sia atipico il fatto che un movimento giovanile di una forza di sistema si organizzi secondo i canoni ortodossi della militanza (sezione, radicamento sul territorio, riunioni a cadenza settimanale, banchetti, affissione di manifesti etc.) e gli chiedo quanto questi aspetti siano importanti per loro, per mantenere viva l’eredità del passato: “Vivere la sezione, seminare cento e raccogliere uno, insegna il valore del sacrificio, dell’abnegazione, merce rara nella società attuale. La sedimentazione dell’attesa è un forte richiamo alla nostra visione della vita come un ciclo. La sezione insegna la forza dell’attesa: stare le ore ad immaginare un manifesto, a crearlo, ad affiggerlo quando basterebbe una grafica postata su Instagram per lanciare un messaggio. Salvaguardiamo dei gesti nei quali sono impliciti tanti valori che ci appartengono, il tutto all’insegna della scanzonatezza. In sezione, non esiste una gerarchia fossilizzata, a scaglioni, quanto piuttosto una tavola rotonda, ognuno di noi è una mente pensante e dev’essere lasciato libero di pensare. Non esistono esecutori, quelli sono mercenari, possono lavorare per chiunque”.

 

Secondo Mattia, il leader deve “essere carismatico, esercitare la sua autorevolezza, non autorità, non deve essere una forzatura imposta dall’esterno. L’autorevolezza, la leadership, è pura, naturale. Il leader dev’essere vicino sul piano empatico ma, allo stesso tempo, perché sia riconosciuto dagli altri, la sua leadership non dev’essere scalfita, il leader va rispettato in ogni situazione perché non rispettare un leader significa non rispettare una comunità, un’idea, una bandiera, un simbolo, un testimone, una storia. Un leader deve pensare prima di tutto al bene della comunità, il che significa persino farsi da parte se pensa che ciò possa giovare alla comunità, se crede che qualcun altro sia più adeguato a ricoprire quel ruolo”.

 

In chiusura di intervista, chiedo a Mattia di lanciare un messaggio a tutti i giovani che non hanno ancora trovato la loro strada: “Non omologatevi, abbiate il coraggio di esprimere la vostra identità, non abbiate paura, abbiate il coraggio di essere diversi, non appiattitevi come la società vuole che facciate!”



Mattia è dotato di una personalità magnetica, è molto difficile essere immuni dal fascino delle suggestioni da lui evocate perché, a prescindere da giudizi di merito, la passione con cui le veicola è travolgente, ammaliante. 

 

Le dicotomie da lui delineate definiscono alla perfezione il carattere intrinsecamente contraddittorio della destra sociale, che vive perpetuamente in bilico, caratterizzata da un fragile equilibrio che deve preservare a tutti i costi per non tradire se stessa, per far sì che la contraddizione non sfoci nell’ambiguità. Dal punto di vista culturale, ad esempio, la destra, paradossalmente, nel contemplare l’altero afferma se stessa; dal punto di vista sociale, il rapporto tra singolo e comunità, per cui l’uno trae forza dall’altra, è caratterizzato da un equilibrio davvero labile perché se si conferisce troppa importanza al singolo si rischia di sfilacciare il collettivo, di creare un ambiente eccessivamente dispersivo, mentre se si esalta oltremodo il carattere coriaceo della comunità il rischio è quello di reprimere le velleità del singolo. L’intreccio tra la visione del passato e quella del futuro è un altro esempio programmatico di quest’aspetto: da un lato, tramite un forte richiamo al passato, la destra cerca di preservare un’identità, una tradizione; dall’altro, è vivo il desiderio di attualizzare le proprie battaglie, di adattarle alle nuove istanze sociali e, anche in questo caso, è molto complicato far convivere e convergere entrambi questi aspetti.

 

Queste sono solo alcune delle dicotomie che sono emerse dalla conversazione con Mattia e credo che soltanto leader oltremodo capaci siano in grado di valorizzare queste contraddizioni, facendole proprie ed evitando che questo castello di carte, tanto pericolante quanto affascinante, crolli. 

 

Ritengo che sia proprio quest’aspetto a rendere la destra sociale così intrigante nella sua integrità valoriale, ma, allo stesso tempo, così fragile nelle sue contraddizioni, necessarie per mantenere la propria identità.


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