È l’una di notte, finora ti sei sforzato di prolungare il più possibile le tue attività, ma ti arrendi alla necessità di fare i conti con le tue ossessioni, spegni la luce e ti adagi sul letto, sforzandoti di illuderti che stanotte non sarà come le altre, che finalmente avrai pace.
Il respiro si fa sempre più affannoso e pesante, senti il
cuore martellare nel petto, improvvisamente ogni movimento diviene estremamente
faticoso, ti irrigidisci, sei come paralizzato, cominci a sudare copiosamente,
è buio ma sei certo che, anche con la più accesa delle luci, non vedresti
nulla, tanto sei avvinto dai tuoi fantasmi.
Nel frattempo, ingaggi una furiosa lotta con te stesso per
non chiudere le palpebre, perché potresti non riaprirle più, perché, se deve
accadere, devi esserci, devi essere vigile, devi quantomeno essere consapevole
del momento in cui la vita fugge dalle tue viscere, del momento in cui cessi di
esistere.
Questa lucida sofferenza ti attanaglia per ore, o almeno
così ti sembra, a volte ti rapisce fino al mattino, altre volte cede il passo
alle tue fisiologiche esigenze, altre ancora sei talmente slavato che ti
costringi ad assumere qualsiasi sostanza utile ad alterare le tue percezioni, crogiolandoti
nella tua endemica impotenza.
Sapete, ho vissuto talmente tante volte questa dinamica, mi
sono sentito talmente tante volte in fin di vita, che ormai mi ci sono
abituato, vivo asetticamente la quotidianità diurna, consapevole che la notte
ingaggerò l’ennesima battaglia con i miei demoni, finché non sarò troppo stanco
per combatterla, finché non mi adagerò con un sospiro all’ineluttabilità del
destino.
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