Spesso la morte viene vista come un evento esclusivamente negativo, una sorta di condanna che ci sottrae dall’idillio che dovrebbe essere la vita. Ritengo, però, che una concezione di questo tipo sia estremamente limitata. Mi accingo quindi ad esporre i miei ragionamenti in merito al macro tema della morte.
PARTE 1: pensare alla morte ci condanna.
È un attributo esclusivamente umano quello di essere cosciente e consapevole che la propria vita terminerà da un momento all’altro, ma ciò non impedisce comunque all’istinto di sopravvivenza di fare il suo dovere: ovvero, tenere in un costante stato di allerta la mente e il corpo, in vista di un evento che prima o poi sopravverrà.
Quindi, è sostanzialmente impossibile evitare di pensare alla nostra morte, perché abbiamo dentro di noi una sorta di fiammella perennemente accesa che ci tiene sull’attenti.
Una volta appresa la propria condizione di caducità, l’essere umano è condannato al pensiero della morte, che in molti casi finirà con l’insinuarsi nelle viscere dell’individuo, inglobando buona parte della sua soggettività.
Che senso ha continuare a prendere la vita con grande serietà se si è consapevoli che tanto un giorno, vicino o lontano, tutto ciò che siamo stati sarà inevitabilmente azzerato? Semplicemente non ha senso.
Trovo, però, che questa considerazione da un lato inquietante, sia dall’altro una cosa positiva, perché appunto ci consente di prendere l’esistenza con maggiore leggerezza e spensieratezza. Se infatti la morte cancella tutto ciò che siamo stati, significa che le cose che facciamo in vita si sgonfiano inevitabilmente di importanza.
Arrivare ad una consapevolezza di questo tipo, purtroppo, è certamente qualcosa di arduo, perché immaginarci nel nulla della morte crea immancabilmente angoscia, ansia e una condizione generale di malessere, difficile da estirpare.
PARTE 2: la morte altrui è la nostra croce; la nostra morte è la croce altrui.
Avere paura della nostra morte è quindi naturale, ma contemporaneamente qualcosa di irrazionale. Si tratta di un timore preventivo per una condizione che in realtà non saremo coscienti di star sperimentando. Ci è però impossibile non provare un senso di vuoto di fronte ad un tema di questo tipo.
La morte degli altri (i nostri cari), invece, è senza alcuna ombra di dubbio un qualcosa di estremamente drammatico e devastante per la nostra vita. Perché, appunto, la morte degli altri è drammatica per noi, non per chi muore e di conseguenza cessa di provare sensazioni.
Questo dolore che proviamo di fronte ai lutti deriva dalla consapevolezza che non potremo più vedere gli altri e stare insieme a loro. Chi muore, però, non prova più nulla. Non è triste perché non vedrà più le persone a cui tiene, o perché non potrà più coltivare le proprie passioni.
La morte degli altri, quindi, è un problema per noi, così come la nostra morte è un problema per gli altri.
Ha senso, dunque, spremersi le meningi ragionando assiduamente sulla nostra morte, temendo il suo arrivo e immaginando cosa proveremo da morti, se poi quella che realmente impatta sulla nostra esistenza è la morte altrui?
PARTE 3: la morte come salvezza.
Giunti a questo punto del ragionamento, che ha messo in luce quelli che a mio parere sono i principali aspetti della morte per come viene concepita dall’essere umano, vorrei ora provare a distanziarmi dal pensiero canonico.
Gli esseri umani sono soliti demonizzare e temere la morte, perché è un qualcosa che non conoscono e non possono conoscere (Epicuro diceva che quando ci siamo noi non c’è la morte e viceversa).
Propongo quindi di spostare il focus della nostra attenzione: dovremmo concentrarci più sulla vita che sulla morte.
La morte, se non ci fosse la vita, non esisterebbe; è una mera conseguenza, ma anche principio fondante, della vita.
È in questo frangente che emerge, secondo me, una chiara contraddizione: è un costume umano quello di esaltare la vita e le sue presunte virtù, ma contemporaneamente se ne disprezza un carattere fondativo, come la morte. Se si pensa che la morte sia qualcosa di estremamente negativo, bisognerebbe coerentemente avere una considerazione negativa della vita, perché se c’è la vita non può non esserci la morte.
Per questa ragione, ma non solo, io ho una concezione piuttosto negativa della vita umana nel suo complesso. Vado a spiegare sinteticamente perché, senza entrare in particolari e dettagli.
Certamente nel corso della vita esistono molteplici momenti lieti di cui godere: la possibilità di coltivare le passioni che ci fanno stare bene; intrattenere rapporti umani profondi e arricchenti.
Se, però, confrontiamo gli aspetti positivi delineati, con le avversità che la vita ci impone (il decadimento fisico nostro e dei nostri cari e le malattie cui il corpo è soggetto; il dover vedere scomparire le persone a cui più teniamo), credo che a prevalere per potenza e impatto su di noi siano quest’ultime. Purtroppo, gli aspetti positivi possono unicamente allietare l’esistenza, mentre difficilmente riescono a rivoluzionarla, come invece sono in grado di fare gli accadimenti più ostili.
Dunque, in vita, a prevalere da un punto di vista quantitativo, sono gli eventi positivi, ma a dominare, per capacità impattante, sono quelli negativi. A dimostrazione di ciò c’è, ad esempio, il fatto che la memoria non visualizza nitidamente i tanti momenti positivi che viviamo, mentre quelli più drammatici rimangono impressi ed inscalfibili.
Nel momento stesso in cui nasciamo, poi, scatta il nostro timer naturale che, in un momento imprecisato, si fermerà per sempre.
È quindi la nascita stessa ad essere la causa della morte.
Nell'ultimo capitolo de “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, si sostiene che la vita sia una malattia mortale, in particolare l’unica malattia sempre mortale. L’essere umano è malato per natura. Noi tutti siamo malati.
Il problema della morte non esisterebbe, quindi, se alla radice non ci fosse la vita, che è il vero problema.
In questo senso, la morte potrebbe essere vista come una liberazione dalla condanna che è la vita.
È possibile, pertanto, inquadrare la morte nell’ottica di una liberazione dai mali che la vita implica per sua natura. Ciò però non vuol dire che si debba desiderare la morte. Come afferma Schopenhauer, il suicidio (dunque la ricerca innaturale della morte) non è che la massima affermazione della volontà di vivere, che non potendosi manifestare pienamente nell’individuo, preferisce la distruzione del corpo.
Ciò che auspico è piuttosto una piena metabolizzazione della morte, per giungere a considerarla solo come l’ultimo dei mali a cui la vita ci costringe.
In ultima istanza è costruttivo, a mio parere, desiderare che altri non siano condannati a vivere, soffrire e morire. Bisogna dunque evitare di mettere al mondo altre persone.
Perché mettere nella condizione di vivere qualcun altro che non lo ha chiesto e che, non nascendo, di certo non ne soffrirebbe? Perché costringerlo alle inevitabili sofferenze che la vita comporta?
Ritengo che la procreazione sia una dimostrazione di egoismo: gli esseri umani, in virtù del desiderio di arricchire la propria vita e di conseguire una gratificazione personale, mettono al mondo altri individui, senza considerare gli aspetti negativi che la vita prevede. È una convenzione sociale, il desiderio di sentirsi come tutti gli altri.
E cos’è, questo, se non egoismo?
Se si vuole a tutti i costi crescere un figlio, un atto di vero altruismo è, a mio giudizio, l’adozione. Il fatto di scegliere di prendersi cura di un essere umano già nato (che oltre alla sfortuna di nascere ha anche la sfortuna di rimanere orfano), per cercare di migliorare la sua esistenza, è un atto, quello si, davvero mirabile.
Concludo ribadendo un concetto di primaria importanza, che all’interno di questo post ho espresso in maniera poco approfondita: ritengo che, per vivere in una condizione di generale serenità, vada ridimensionato il ruolo della morte come catalizzatrice di attenzioni.
La morte va considerata solo come l’ultimo (in ordine temporale) dei drammi della vita. Una tragedia, la vita, che inizia, e contemporaneamente inizia a finire, nel momento stesso in cui nasciamo, e si esaurisce nel nulla in cui giacevamo prima di iniziare ad esistere.
La vita è, quindi, una parentesi insignificante tra il nulla che precedeva la nascita e il nulla che sopraggiunge alla morte. In quest’ottica, la morte ci riconduce alla beata condizione prenatale, dalla quale la nascita ci aveva sottratto senza il nostro permesso.
Bello scritto. Nella mia ignoranza ci vedo molto del pensiero stoico, soprattutto nelle conclusioni. Credo che ci sono molti modi per rendere questa malattia mortale che è la vita, la più piacevole possibile ed i nostri progenitori romani, in questo senso, sono maestri assoluti. Mens sana in corpore sano, innanzi tutto. Poi dare letizia ai nostri sensi con donne, viaggi, letture ecc. ed in tal modo gioendo onorare i nostri genitori, che pur egoisti nel metterci al mondo, lo hanno fatto con i sentimenti più sinceri che un animo umano può produrre. Il tutto, infine, come anche tu dici, consapevoli che come disse Marco Aurelio, grande uomo, condottiero, filosofo: "la morte sorride a tutti, un vero uomo dunque non può far altro che sorridergli di rimando".
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