È del resto indiscutibile che non tutte le storie debbano avere un lieto fine.
Non per questo, però, mi sento di rinnegare quelle vicende che oltremodo hanno portato con sé più oneri che onori.
Sarà forse l'ottuso ottimismo che mi contraddistingue e che da sempre mi appartiene, ancorché sfumato da sardonica ironia, a portarmi inevitabilmente a questa soluzione.
È innegabile che l'amarezza sia resa protagonista nel momento in cui si vedono infrangersi tutte quelle aspettative che, seppure attenuate da una certa disillusione, sono frutto sano e legittimissimo di quegli sforzi e di quelle fatiche che con caparbietà sono stati compiuti in nome di un obiettivo, il quale, silenziosamente e con non poca mestizia, si è infine detto abdicato, impossibile, irraggiungibile.
Perché solo una volta che il castello è stato definitivamente assediato e spogliato di tutti i suoi vessilli risulta lampante la sconfitta.
Eppure sempre quell'ottuso ottimismo mi porta ancora una volta a riflettere.
È errato perire pur di perorare persistentemente il proprio proposito (scusate se ho voluto darmi un tono con una banale allitterazione)?
Non so quale sia la risposta e mi rendo conto che molti mi darebbero del pazzo, e a maggior ragione sapendo che la sconfitta era citofonata, anacronistica.
Ciò nonostante non mi sento di non accoglierne il peso e di sobbarcarmene la gravosità.
Non sarebbe stato peggio accettare subito la disfatta?
Non vale forse la pena di aggrapparsi a quel briciolo di speranza, frutto forse dell'illusione cui ci si è piegati?
Quella speranza che era in grado di scrivere pagine fantasiose che consentivano di evadere da una realtà non tanto equa e un poco antisportiva e di poter, ancora una volta, sognare nonostante tutto.
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