Descrizione ed obiettivi

Ho deliberatamente scelto di giocare sui campi semantici caratterizzanti queste due parole, apparentemente agli antipodi, perché credo che, se si individuano determinate sfumature, possano risultare compatibili; ritengo infatti che entrambi gli aggettivi riflettano gli obiettivi programmatici e valoriali di questo blog: da un lato il desiderio di incentivare e di valorizzare la contaminazione, nel senso di commistione, pluralismo e molteplicità, di idee, pensieri e competenze: sono infatti dell’opinione che il confronto possa impreziosire le proprie posizioni e, talvolta, persino indurne un mutamento radicale; dall’altro, l’impegno a rendere questo blog uno spazio incontaminato, cioè puro, quindi libero, perché è esattamente tramite la libertà che si esaltano l’eteromorfismo e l’interazione. È proprio in ossequio a questi principi che ho scelto di rendere partecipi di questo progetto anche altre persone, non certo badando all’affinità delle loro posizioni, bensì selezionandole in base all’incommensurabile stima che nutro nei confronti di ciascuno di loro. A queste persone garantisco una libertà di espressione illimitata, formale tanto quanto sostanziale, che sfocia anche nel diritto (ci mancherebbe altro!) di non esprimersi per nulla: infatti, ritengo che soltanto prendendo le mosse dalla spontaneità e dalla naturalezza si sia in grado di apportare dei contributi di tangibile rilievo, che possano arricchire la comunità.

giovedì 7 dicembre 2023

Lo sciopero

Sferza l’aria sferragliando la consunta metro B, emblema dell’inerte decadenza di una malinconica città, diffidente e restia ad ogni forma di cambiamento. Oggi non è un venerdì come gli altri; oggi è il venerdì del temutissimo sciopero dei mezzi, che non fa nulla per celarsi: squilli di clacson, ostinato nervosismo, calche inconsuete, traffico stagnante, mezzi gremiti, ma la metro regge botta, è avvezza a queste situazioni e bisogna affidarsi a lei per sperare di raggiungere la mai così tanto agognata dimora. Conosci già il da farsi: dovrai scendere a Termini e salpare sulla raminga metro A, alla volta di Cipro, sperando che nel frattempo quantomeno i tuoi indumenti escano indenni dallo spietato bracconaggio dei manigoldi borseggiatori.

La consuetudine, però, prende il sopravvento e ti guida anzitempo al di fuori del traghettatore infernale, che ti congeda beffardo, conscio dell’inevitabile epilogo. Durante il canonico cammino verso la slavata stazione Ostiense, ti rendi conto della portata della disattenzione commessa, facilmente riparabile tornando indietro. Prendi però quest’abbaglio come un segno del destino, decidendo di protrarre la tua marcia in cerca di fortuna.

All’ingresso della stazione, scorgi una situazione che ha assunto tinte apocalittiche: donne e uomini con gli occhi sbarrati innanzi al tabellone, che riporta ritardi a tre cifre ascritti a treni programmati per svariate ore prima. Coloro che hanno realizzato la portata della situazione, invece, si aggirano lividi in cerca di un qualsivoglia impiegato, dall’addetto alle pulizie al direttore generale, da assillare, cui ringhiare incresciosi insulti, non prima di aver posto sconnesse domande amletiche, che gli sfortunati malcapitati tentano di eludere farfugliando.

Entri, getti uno sguardo al tabellone e i tuoi occhi ingenui brillano di gioia. Un treno sarebbe giunto di lì a poco, con soli – si fa per dire – dieci minuti di ritardo a carico. Trionfante, ti precipiti verso il binario di competenza. Giuntovi, resti stupito dall’asettica calma che sembra avvolgere gli – sorprendentemente - sparuti utenti in attesa. Pensi subito che debba esserci qualcosa sotto. Ti rivolgi ad una donna di mezza età per assicurarti che il treno in questione non sia già passato; lei, raggiante, ti comunica che dovrebbe arrivare a momenti.

Finalmente rassicurato, ti dedichi all’arte che ogni romano impara a padroneggiare sin da bambino: l’attesa. C’è chi vi si crogiola, chi, al contrario, cerca di ingannarla in tutti i modi e chi, come te, la vede come il dolce tributo da offrire al pantheon degli dèi romani dei trasporti, per conquistarsi la loro clemenza.

Ma, stavolta, devi aver peccato di hybris abbandonando anzitempo il carro opulento della dea Atac, la cui ira funesta viene presa a carico da Re Trenitalia, che fa dissolvere nel nulla il salvifico treno.

Dopo innumerevoli minuti di sterile attesa, noti uno sciame di persone dirigersi verso un altro binario. Evidentemente, dev’esserci stato un segnale che tu, traviato dal sacrilegio commesso, non hai colto.

Raggiungi in fretta, temendo il peggio, il capannello accalcatosi sul nuovo binario, che contempla le impervie porte del treno costì arenato. Dopo qualche minuto, uno smunto operatore conferma alla folla acclamante che quel treno sarebbe partito nella direzione sperata, ma le porte non accennano ad aprirsi; l’operatore, nel frattempo, si è dileguato nell’oscurità.

Mentre attendi in silenzio, ti accorgi che cominciano a librarsi in aria violente invettive, generosamente condite da furibondi improperi e da vacui propositi bellicosi, repente spezzate dal passaggio di un altro operatore, che, interrogato, emettendo sgraziati suoni gutturali, si pronuncia scettico riguardo alla partenza del treno in questione.

Improvvisamente ti scuoti, capisci che non ci sarebbe stata altra soluzione che tornare sui tuoi passi e chiedere sommessamente perdono alla dea Atac. Fai per muovere verso l’austera stazione Piramide, quando all’altoparlante annunciano l’imminente partenza del treno fantasma.

Un momento di esitazione ti è necessario per decidere di far ritorno al sinistro binario, salvo constatare, osservando le luci spente e le porte disattivate del treno, che non trattavasi di altro che dell’ennesima, sardonica, beffa tessuta dal malvagio Trenitalia.

Sconsolato e piuttosto irato, ti dirigi nuovamente verso Piramide, scalzando impavidi anziani che danno prova di insospettabile atletismo nel vano tentativo di raggiungere in tempo i pochi treni in partenza, già invasi da centinaia di pendolari trasognati.

Ed eccoti adesso, apparentemente appagato per aver dato un senso a quest’attesa ingiustificata concependo un testo di opinabile spessore, ma intimamente conscio della tua impotenza e del carattere endemico e ciclico di codesta condizione.

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