Sferza l’aria sferragliando la consunta metro B, emblema dell’inerte decadenza di una malinconica città, diffidente e restia ad ogni forma di cambiamento. Oggi non è un venerdì come gli altri; oggi è il venerdì del temutissimo sciopero dei mezzi, che non fa nulla per celarsi: squilli di clacson, ostinato nervosismo, calche inconsuete, traffico stagnante, mezzi gremiti, ma la metro regge botta, è avvezza a queste situazioni e bisogna affidarsi a lei per sperare di raggiungere la mai così tanto agognata dimora. Conosci già il da farsi: dovrai scendere a Termini e salpare sulla raminga metro A, alla volta di Cipro, sperando che nel frattempo quantomeno i tuoi indumenti escano indenni dallo spietato bracconaggio dei manigoldi borseggiatori.
La consuetudine, però, prende il sopravvento e ti guida
anzitempo al di fuori del traghettatore infernale, che ti congeda beffardo, conscio
dell’inevitabile epilogo. Durante il canonico cammino verso la slavata stazione
Ostiense, ti rendi conto della portata della disattenzione commessa, facilmente
riparabile tornando indietro. Prendi però quest’abbaglio come un segno del
destino, decidendo di protrarre la tua marcia in cerca di fortuna.
All’ingresso della stazione, scorgi una situazione che ha
assunto tinte apocalittiche: donne e uomini con gli occhi sbarrati innanzi al
tabellone, che riporta ritardi a tre cifre ascritti a treni programmati per
svariate ore prima. Coloro che hanno realizzato la portata della situazione,
invece, si aggirano lividi in cerca di un qualsivoglia impiegato, dall’addetto
alle pulizie al direttore generale, da assillare, cui ringhiare incresciosi
insulti, non prima di aver posto sconnesse domande amletiche, che gli
sfortunati malcapitati tentano di eludere farfugliando.
Entri, getti uno sguardo al tabellone e i tuoi occhi ingenui
brillano di gioia. Un treno sarebbe giunto di lì a poco, con soli – si fa per
dire – dieci minuti di ritardo a carico. Trionfante, ti precipiti verso il
binario di competenza. Giuntovi, resti stupito dall’asettica calma che sembra
avvolgere gli – sorprendentemente - sparuti utenti in attesa. Pensi subito che
debba esserci qualcosa sotto. Ti rivolgi ad una donna di mezza età per
assicurarti che il treno in questione non sia già passato; lei, raggiante, ti
comunica che dovrebbe arrivare a momenti.
Finalmente rassicurato, ti dedichi all’arte che ogni romano
impara a padroneggiare sin da bambino: l’attesa. C’è chi vi si crogiola, chi,
al contrario, cerca di ingannarla in tutti i modi e chi, come te, la vede come
il dolce tributo da offrire al pantheon degli dèi romani dei trasporti, per
conquistarsi la loro clemenza.
Ma, stavolta, devi aver peccato di hybris abbandonando
anzitempo il carro opulento della dea Atac, la cui ira funesta viene presa a
carico da Re Trenitalia, che fa dissolvere nel nulla il salvifico treno.
Dopo innumerevoli minuti di sterile attesa, noti uno sciame
di persone dirigersi verso un altro binario. Evidentemente, dev’esserci stato
un segnale che tu, traviato dal sacrilegio commesso, non hai colto.
Raggiungi in fretta, temendo il peggio, il capannello
accalcatosi sul nuovo binario, che contempla le impervie porte del treno costì
arenato. Dopo qualche minuto, uno smunto operatore conferma alla folla
acclamante che quel treno sarebbe partito nella direzione sperata, ma le porte non
accennano ad aprirsi; l’operatore, nel frattempo, si è dileguato nell’oscurità.
Mentre attendi in silenzio, ti accorgi che cominciano a
librarsi in aria violente invettive, generosamente condite da furibondi
improperi e da vacui propositi bellicosi, repente spezzate dal passaggio di un
altro operatore, che, interrogato, emettendo sgraziati suoni gutturali, si pronuncia
scettico riguardo alla partenza del treno in questione.
Improvvisamente ti scuoti, capisci che non ci sarebbe stata
altra soluzione che tornare sui tuoi passi e chiedere sommessamente perdono alla
dea Atac. Fai per muovere verso l’austera stazione Piramide, quando
all’altoparlante annunciano l’imminente partenza del treno fantasma.
Un momento di esitazione ti è necessario per decidere di far
ritorno al sinistro binario, salvo constatare, osservando le luci spente e le
porte disattivate del treno, che non trattavasi di altro che dell’ennesima, sardonica,
beffa tessuta dal malvagio Trenitalia.
Sconsolato e piuttosto irato, ti dirigi nuovamente verso
Piramide, scalzando impavidi anziani che danno prova di insospettabile
atletismo nel vano tentativo di raggiungere in tempo i pochi treni in partenza,
già invasi da centinaia di pendolari trasognati.
Ed eccoti adesso, apparentemente appagato per aver dato un
senso a quest’attesa ingiustificata concependo un testo di opinabile spessore,
ma intimamente conscio della tua impotenza e del carattere endemico e ciclico
di codesta condizione.
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