Talvolta le parole schioccano dure e schiaffeggiano come fa un sasso lanciato con forza contro la superficie di uno stagno, a malapena increspato.
Ogni tanto le parole raccontano molto di più di quello che vorrebbero.
Spesso mal celano rabbia e risentimento, feriscono per il gusto di farlo.
Parole che non rappresentano altro che scappare dalle proprie responsabilità, raccontarsi tante fandonie per sentirsi più sereni, tranquilli con se stessi.
L'arte del mentire si ritorce sempre contro chi ne abusa. Contro chi, suo malgrado, finisce per capitolare nella sua stessa ragnatela.
E allora le parole divengono un mezzo per addossare ad altri paure e, forse, recondite consapevolezze, meschinità che non si ha il coraggio di riconoscere in se stessi.
E delle parole si fa uso incauto senza rendersi conto che si sta raccontando molto di sé.
Parole di ingratitudine, feroci, traditrici.
E si rinnega come l'ultimo dei Pietro.
Si ricaccia ancora una volta nell'angolo buio della mente il sapere di avere torto.
E si offende, si ingiuria, si invocano pretese e dispiaceri, ma in verità non si sa neanche perché si usino certe parole.
Perché in fondo non si sa veramente cosa si sta dicendo.
Perché le parole hanno abbandonato chi, così ostinatamente, se n'è voluto appropriare senza mai amarle, capirle e men che meno saperle usare.
Prendono, dunque, il loro corso le parole. Ed esse rinunciano a piegarsi all'incoerenza di chi si è arrischiato a pronunciarle con fermezza e arroganza, non tenendo poi fede a quanto queste volevano promettere. Chi, coi fatti, ha ucciso tutte quelle parole che son precedute ed anco quelle che neppure erano state pronunciate.
Difatti le parole muoiono di fronte alla brutale mestizia di chi le pronuncia.
Ed io auguro a chi le parole non le ha mai comprese, né mai ha saputo valutarne il peso ed apprezzarne la forza e la dignità, di trovare pace, di perdonarsi e di avere un giorno la forza di capire, infine, le proprie parole.
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